LA BOTTEGA DEL CAFFE

01  _62851_copyright 2014

 

di Carlo Goldoni

regia di Maurizio Scaparro

con Pino Micol

Vittorio Viviani, Manuele Morgese, Ruben Rigillo, Carla Ferraro,

Maria Angela Robustelli, Ezio Budini, Giulia Rupi, Alessandro Scaretti

musiche di Nicola Piovani

eseguite dalla violinista Lisa Green

scene e costumi di Lorenzo Cutùli,

luci di Maurizio Fabretti
Foto Filippo Manzini

Produzione Fondazione Teatro della Toscana

Roma, Teatro Argentina, 10 novembre 2015

 

Maricla Boggio

Maurizio Scaparro ha una sua cifra espressiva che si nutre per metafora di testi con i quali si trovi in sintonia. Si è calato in Shakespeare – “Amleto” -, in Brecht – “Galileo” -, in Cervantes – “Don Quijote” -, e in molti altri autori anche contemporanei, nei quali vi trovasse un’aspirazione alla riflessione sulla propria identità e su quella collettiva e ha creato nel contesto del suo lavoro un insieme di persone con le quali lavorare in armonia. Fra queste, Pino Micol ha interpretato più volte quei ruoli dove emergesse una problematica contemporanea, ricavata da un testo in cui la parola si facesse portatrice di valori e di interrogativi legati alla crisi, al disagio, alla ricerca di motivazioni  alla propria esistenza. Oggi è un testo di Goldoni, spesso frainteso, ad essere proposto, dopo altri Goldoni –  “Il feudatario”, “Una delle ultime sere di carnovale”, “ Il teatro comico”, “I mémoires” -, a completare un argomentare complesso sull’esistenza, in un contesto di società problematica, in bilico fra il passato e il futuro: come siamo noi, in questi anni difficili.

Scaparro non si lascia attrarre dalle mode del teatro suono-immagine, o da quello affascinato dai video, dove la parola viene usata come supporto marginale, e gli attori procedono per trovate registiche divorando senza attribuzione di senso le loro battute. Nel suo “La bottega del caffè” scene e costumi appaiono nella cifra di una minuziosa quanto essenziale definizione – Lorenzo Cutùli ha seguito esemplarmente tale linea -, così come la recitazione degli attori, che come una partitura musicale si sdipana per le due ore dello spettacolo. Questo Goldoni Scaparro lo ha affidato al protagonista don Marzio impersonato da Pino Micol con allucinata straniazione, mettendo in evidenza la corrosiva e veritiera capacità di indagine su di una società in cui la corruzione è più che un sospetto in ogni forma del suo svolgersi. Questo universo simbolico è rappresentato dal campiello in cui si apre la bottega del caffettiere Ridolfo, e si affacciano la casa da gioco del disonesto Pandolfo, dove gioca fino a perdere ogni suo avere il giovane Eugenio, amato disperatamente dalla moglie Vittoria, mentre giunge da Torino una afflitta pellegrina alla ricerca del marito Flaminio, che si scopre poi essere il baro persecutore del povero Eugenio, e che essendo sfuggito alla moglie corteggia una ballerina illudendola di sposarla. Tutte queste figure ruotano intorno alla centralità di don Marzio che di esse indaga, e che perseguendo una sua idea di verità non esita a svelare nei loro vizi e nei loro imbarazzanti segreti. Si stacca dal gruppo di malaffare la bontà quasi innaturale di Ridolfo, che si adopera a salvare lo sprovveduto Eugenio e a rimetterlo in armonia con la sposa.  Nel gioco degli incontri e degli scontri ogni figurina fa con precisione la sua parte contribuendo alla sinfonia complessiva. Emerge sul brusio del complesso la figura impositiva di Pino Micol, giudice non certo imparziale bensì partecipe anch’esso di questa società in vena di autoassoluzioni: Scaparro ha visto, nell’occhialetto di don Marzio, lo sguardo dello stesso Goldoni, forse una lente di ingrandimento – quella di Galileo? – nell’indagare sugli altri e nel ritornare poi a se stesso, come lascia intuire il finale. Contraltare di don Marzio è Ridolfo nella sua infinita pazienza e bonomia, conseguenza di un antico aiuto del padre di quello scapestrato Eugenio a consentirgli di allestire la sua bottega: Vittorio Viviani con una recitazione in bilico fra un’iperrealismo napoletano e una epicità brechtiana  elude il rischio di una parte da buono eccessivo scandendo ogni sua battuta come un proverbio d’altri tempi. Nel nascondimento della cifra espressiva Scaparro restituisce alla parola trascurata e disattesa il suo valore  di mediazione dello spirito, e vince, soprattutto su tempi lunghi.

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