LA COMMEDIA DELLA VANITA’

Fausto Russo Alesi La commedia della vanità - foto di Serena Pea (1)

di Elias Canetti

traduzione di Bianca Zagari

regia di Claudio Longhi

con

Fausto Russo Alesi

Attori allievi diplomati alla Scuola Jolanda Gazzero di ERT Fondazione

violino Renata Lacko

cimbalom Sàndor Radics

scene Guia Buzzi

costumi Gianluca Sbicca

luci Vincenzo Bonaffini

video Riccardo Frati

Produzione Emilia Romagna Teatro-Fondazione-Teatro Nazionale Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Fondazione Teatro della Toscana, LAC Lugano Arte e Cultura nell’ambito del progetto “Elias Canetti. Il secolo preso alla gola”.

Roma, Teatro Argentina, 29.1.2020

Maricla Boggio

Un immenso fuoco riempie la scena sullo sfondo, mentre davanti si profila una sorta di gabbia da circo per bestie feroci. La struttura sarà utilizzata in innumerevoli modi nel corso della rappresentazione, animata da una stragrande quantità di personaggi, che riecheggiano negli abiti e nel trucco certe rappresentazioni espressioniste, da Munc a Nolde, a Kirchner: colori violenti, deformazioni fisiche, gestire angoloso e disarticolato, a cui corrispondono le voci, contraffatte nel proporre individui marginali o violenti. Il testo di Elias Canetti – che ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1981 -, qui si sviluppa su di un piano teatrale, che non rinuncia a distendersi attraverso una serie notevole di scene e scenette, in cui dialogano personaggi che si avvicendano intorno al tema principale, quello della vanità. Bandita da un regime dittatoriale, che intende eliminare la possibilità da parte di ogni individuo di confrontarsi con la propria immagine, per eliminare in sostanza la propria identità e rendere tutti schiavi di un potere assoluto sovrastante, la vanità viene configurata come il rispecchiarsi di un Sé che ha bisogno di vedersi per esistere. Il rogo dei libri che si verificò il 10 maggio 1933 a Berlino è spunto analogico per questa eliminazione degli specchi, secondo l’idea che la mancanza della visione di sé – e la mancanza della lettura di libri – conduca all’asservimento dell’individuo.

Ma naturalmente lo specchio è soltanto un modo per confrontarsi con la propria immagine. Altre se ne inventano, da parte dei poveri cittadini assetati di rivedere sé stessi. Le ragazze si vedono negli occhi delle amiche, e si immaginano come loro le descrivono. Così come gli innamorati si rispecchiano l’uno nell’altro attraverso la provvida lampadina che ne illumina lo sguardo. Le amiche che si ritrovano a casa dell’una e dell’altra stravedono per un pezzo di specchio che viene loro “prestato” per qualche minuto da un misterioso possessore, che pretende parecchi denari per quel prestito momentaneo, considerato prezioso e molto pericoloso se venisse scoperto.

Domina l’avvicendarsi delle scene un onnipotente Direttore, che Fausto Russo Alesi impersona con autorità attorale, assumendone il personaggio insieme a quello di presentatore epico di ogni scena, e facendo oltre a tutto, con veloci cambi di costume e di trucco, anche la parte di Barloch l’Imballatore, un truce individuo che spadroneggia e fruisce della situazione di crisi della popolazione.

Il Direttore si alterna in fasi diverse d’umore; si fa accusatore, indagatore, innamorato ma anche inflessibile inquisitore di una donna a lui dedita – non vuole che gli si dia del tu, occorrerà usare perifrasi, perché anche il lei non va bene – : insomma, riesce a tenere insieme questo spettacolo immenso e disarticolato, perché tale è la scrittura e la rappresentazione la segue passo passo, offrendo a tratti la compiutezza di un’azione. Così per le amiche che pretendono di avere lo specchio, gli innamorati con la lampadina, la cameriera disperata per non poter più pulire i vetri – non ci sono più, si trattava anche lì di uno specchio -,  così per un’apoteosi cantata che terrorizza come un coro brechtiano.

Va detto che questo spettacolo, che potrebbe non avere fine perché non se ne riscontra una parabola vera e propria, è una palestra per giovani attori, a cui va fatto il complimento del tempismo e della precisione delle innumerevoli azioni, cambiamenti di scena, di costumi, di situazioni, che si sono trovati a fronteggiare. Forse è stato questo fine ad animare Claudio Longhi nel presentare un panorama suggestivo di quella perdita di identità che nasconde nel suo elemento più profondo, al di là del clima visivo dello spettacolo, la paura di una  depersonalizzazione legata al consenso indiscriminato, agli inizi parvenza affascinante, con l’andare  del tempo pericolosa realtà da cui è poi difficile tornare indietro.

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