LA COSCIENZA DI ZENO

di Tullio Kezich

dal romanzo di Italo Svevo

con Giuseppe Pambieri

e Enzo Tuttin, Giancarlo Condè

Silvia Altrui, Livia Cascarano, Guenda Goria, Marta Ossoli, Antonia Renzella, Raffaele Sinkovic, Anna Paola Vellaccio, Francesco Wolf

 

Scene Lorenzo Cutuli, Costumi Claudia Ricotti, musiche Giancarlo Chiaramello

 

regia di Maurizio Scaparro

 
Roma, Teatro Quirino, 2 aprile

Maricla Boggio

 

Manca un decennio ai cento anni di “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, che dalla sua Trieste in bilico fra Italia e mondo mitteleuropea spazia in orizzonti più ampi che altri autori italiani dello stesso periodo, avvertendo i segnali di una crisi epocale che si fa sentire anche nel privato, dove la ricerca di Freud nel profondo dell’essere umano segna un momento importante verso una presa di coscienza che non farà certo più felice l’uomo, ma certo lo renderà più consapevole.

Da questo romanzo, scritto come un lungo monologo sollecitato dalla presenza dell’Altro – uno psicanalista fra i primi a emergere nella medicina dell’epoca -, si sviluppa uno spettacolo attraverso una scansione di scene ben ritmate da una scenografia descrittiva ma essenziale, a contenere un profluvio di ragionamenti alternati ad azioni, in un contesto che può così costruirsi, fra il dialogare con lo psicanalista e il rivivere – come può accadere sul lettino del terapeuta – le fasi determinanti della propria vita, senza nulla nascondere a quell’indagatore dell’anima.

Protagonista di questa introspezione è Zeno Cosini, a cui Svevo non attribuisce una grande intelligenza, ma un carattere giocoso e una vitalità godereccia insieme a qualche vizio e a varie omissioni di tipo morale, insomma è l’uomo giusto per cominciare a vedersi dentro come non ha mai fatto nella vita e a scoprire i motivi del proprio comportamento. In questa scelta di Svevo sta uno dei segreti dello svolgimento del romanzo – e della rappresentazione teatrale che segue con grande fedeltà il tracciato dell’opera -, mentre è di fine pregio la rielaborazione per la scena di Tullio Kezich che realizzò tale trascrizione nel 1964, da cui vennero realizzati più volte spettacoli sempre interessanti, a partire dal debutto del 1966, protagonista un favoloso Alberto Lionello in una regia fedelissima di Luigi Squarzina.

Lo spettacolo firmato da Maurizio Scaparro mette a fuoco un mondo che si sta sgretolando e che nell’inizio della prima guerra mondiale, momento conclusivo del percorso, adombra con una impressionante capacità di previsione motivi di preoccupante attualità. Certo, è divertente assistere alle storie di questo Zeno con problemi legati all’infanzia, ricco da viver di rendita, innamorato di una delle quattro figlie di una distinta coppia di altoborghesi che poi sposa la meno bella, mentre un altro sposerà quella che lui avrebbe voluto e non solo, ma lo coinvolge nei suoi affari mal condotti fino a suicidarsi per le perdite subite per la sua stoltaggine; e sono tutti assai bravi questi attori che ruotano intorno a Giuseppe Pambieri gran protagonista, a cominciare da Enzo Turrin, psicoanalista e poi padre delle ragazze, a Giancarlo Condè benefattore di giovani povere, fino al sestetto delle donne, da Anna Paola Vellacio – una madre dolce quanto astuta -, alle figlie e alla cantante – Silvia Altrui, Livia Cascarano, Guenda Goria, Marta Ossoli, Antonia Renzella, fino al malcapitato suicida – Francesco Wolf – e   Raffaele Sinkovic con il suo dialetto triestino a ricordare il linguaggio della città.

Ma tutto lo sviluppo dello spettacolo, straordinariamente ricco di momenti allegri, grotteschi e patetici,  pare tenda al finale, a quel monologo di uno Zeno ormai distaccato dalla psicanalisi, fatto esperto di investimenti e infurbito nel gioco in borsa: a lui non serve scavare dentro la coscienza, la sua ottimistica mediocrità è paga di sé, e per questo suscita una forte simpatia perché ognuno, per qualche verso, si riconosce in lui.

Scaparro asciuga le scene nell’essenzialità del dialogo che si fa intenso e talvolta drammatico, ricavandone una sorta di straniata dimostrazione di un mondo in cambiamento, che non riesce più a credere ai giochi erotici, alle illusioni familiari e a un’esistenza perbene. Come già in altre occasioni, il regista si fa interprete attento e sollecitatore di un risveglio di coscienza da parte di chi assiste a un suo spettacolo. Così quel mondo ricco di premesse, dove l’amore per la donna è al centro della vita e il successo negli affari determina la riuscita in società si fa sfondo lontano di fronte alle previsioni di un futuro di sempre più temibili strumenti di morte, nel confronto dei quali i mezzi usati dalla prima guerra mondiale allora in atto non sono che inezie.

Giuseppe Pambieri, che sostiene con estrema adesione il ruolo di Zeno restando in scena per più di due ore con avvincente capacità interpretativa, avanza verso il pubblico e pronuncia quella previsione di distruzione futura con il tono di chi si proietta in quel futuro e lo vive al presente. Si esce dal teatro con una riflessione che ci auguriamo sia per tutti non solo una sensazione di paura, ma un invito a operare perché questa forza distruttiva si arresti.

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