LA DODICESIMA NOTTE

CECCHI 2 IMG_2132di William Shakespeare

traduzione di Patrizia Cavalli

regia Carlo Cecchi

musiche di scena Nicola Piovani

scena Sergio Tramonti

costumi Nanà Cecchi

disegno luci Paolo Manti

con Carlo Cecchi, Remo Stella, Giuliano Scarpinato,

Rino Marino, Eugenia Costantini, Davide Giordano,

Federico Brugnone, Barbara Ronchi, Daniela Piperno,

Vincenzo Ferrera, Loris Fabiani, Dario Iubatti

Produzione Teatro Marche – Teatro Franco Parenti

Roma, Teatro Eliseo, 8 marzo 2016

 

Maricla Boggio

Sotto la vicenda avventurosa riecheggiante le agnizioni e i gemellaggi di sapore antico,“La dodicesima notte” o, con titolo alternativo, “Come vi piace” offre allo spettatore attento motivi di riflessione che si aggiungono alla godibilità teatrale.

Carlo Cecchi è regista dello spettacolo e protagonista nel ruolo del maggiordomo Malvolio, personaggio che di generazione in generazione attrae attori maturi e dalle capacità interpretative anche comiche; ricordiamo in particolare  Mario Scaccia ineffabile ed estasiato nella regia di Orazio Costa, e Romolo Valli incantato e poetico nella regia di Giorgio De Lullo. Nella sua regia, Carlo Cecchi inclina a un Malvolio appagato di potere e autorevolezza fin dall’inizio, a questa sua debolezza benevolmente accondiscendendo Olivia, la contessa sua padrona – Barbara Ronchi, con classe e ironia -, in lutto per la morte di un fratello.

E di fratelli, morti e vivi, scomparsi e riapparenti, maschi e femmine veri o travestiti, è popolata l‘intera commedia, sollecitando quella forma di amore nascostamente omosessuale che figura più volte nelle opere, teatrali e poetiche, di Shakespeare, che si ritrae poi, una volta chiariti i travestimenti, ricongiungendo maschi con femmine e femmine con maschi, per un finale consono al costume che vuole il matrimonio come coronamento di ogni precedente inclinazione.

L’impianto scenico ideato da Sergio Tramonti asseconda l’intento registico nel mettere in risalto i personaggi collocandoli in una dimensione nitida, di sfondo neutro, e facendoli ruotare su di una pedana che li esibisce al pubblico e a se stessi quando occorre vederli in contrapposizione,  con un risultato di superamento dal realismo e anche dalla tradizionale illustrazione da Globe Theater, suggerendo un sorta di distanziazione brecthtiana, che anche nella recitazione, pur appassionata per esigenze di trama, si mostra teorematica per quanto vi è sotto l’amore e l’intrigo. La traduzione di Patrizia Cavalli è lineare e sciolta, a tratti echeggiando al ritmo di un verso libero che consente all’attore di correre disinvoltamente dietro alle parole.

Ad essere messi in evidenza sono quei concetti di rivalità mimetica mutuati da René Girard, che ha a lungo studiato questa forma di comportamento nel teatro shakespeariano, vedendo nelle scelte dei personaggi l’ambizione a possedere quanto appartiene a un altro, e sentendone un’invidia latente. Così è l’invidia di Malvolio per un posto da consorte reggente della Contessa, che avverte insidiato dai pretendenti di Olivia. Così è l’attrazione per il paggio Cesario – in realtà Viola travestita, una deliziosa maliziosa Eugenia Costantini –  – da parte di Olivia che intuisce l’attrazione del duca Orsino suo pretendente – Remo Stella -, per quel ragazzino dagli attributi femminei,  nonostante l’amore per lei.

Altri elementi ancora contribuiscono a delineare i sotterranei comportamenti umani  secondo misteriose regole di competizione: il doppio, il gemello, il caso che si rivela, da portatore di lutti, benevolo e provvidenziale nell’agnizione finale che mette a posto le pedine umane assegnandole in giusti accoppiamenti.

La pruriginosità delle situazioni – come quella di Sebastiano – il ”doppio” di Viola, interpretato con stupore e destrezza da Davide Giordano -, per tre mesi notte e giorno legato indissolubilmente a quell’Antonio – un animoso e appassionato Federico Brugnone che lo ha salvato – si scioglie nel ricongiungimento che rispetta la morale tradizionale.

Ma a condire di facezie e di arguzie l’intero percorso drammaturgico sono poi i personaggi che recano la nota comica, quei tipi da farsa che popolano vivendo a sbafo la corte di Olivia, sir Toby lo zio ubriacone – un giocoso Vincenzo Ferrera -, Maria la dama di compagnia – arguta e sbarazzina Daniela Piperno – versata in scherzi ai danni del credulone Malvolio attraverso la finta lettera della Contessa invaghita di lui quando indossa calze gialle con giarrettiere incrociate; e poi quell’Andrew – Loris Fabiani ebete e furbastro – che vorrebbe sposarsi la Contessa e che viene turlupinato da tutta la compagnia inducendolo a duelli disastrosi; infine quel Feste, buffone di  Olivia, qui deliziosamente impersonato da Dario Iubatti, in bilico fra patetismo e tragicità, anche interprete di alcune canzoni suonate in scena, come tutte le musiche di Piovani.

Malvolio mette in evidenza quelle doti di affascinatore che appartengono a Cecchi quando si immerge in adatti contesti drammaturgici, e che oltre alle parole è capace di offrire al pubblico un’intesa colloquiale fatta di sguardi e di cenni.

Il clima da favola è coadiuvato dai costumi assai freschi e allusivi, echeggianti l’epoca secondo una colorita rivisitazione. Il gioco conquista e rinnova la commedia, con grande divertimento del pubblico.

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