LA GAIA SCIENZA – LA RIVOLTA DEGLI OGGETTI

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di Vladimir Majakovskij

con testi e regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari, Alessandra Vanzi

interventi scenografici Gianni Dessì

con

Dario Caccuri Carolina Ellero Antonino Cicero Santalena

tecnico luci Tiziano Di Russo

assistente alla produzione ottavia Nigris Cosattini

Produzione Fattore K. 2019 in coproduzione con Teatro di Roma-Teatro Nazionale

Romaeuropa Festival e Emilia Romagna Teatro Fondazione

Roma, Teatro India 16 ottobre 2019

Maricla Boggio

Di nuovo accoppiata la nietzschiana Gaia Scienza con il majakovskiano ribellismo degli oggetti. Ma è impossibile operare un confronto fra lo spettacolo che i tre artisti dell’”avanguardia romana” capeggiati di Giorgio Barberio Corsetti 43 anni fa realizzarono al Beat 72, già operante da alcuni anni come la cantina più attiva della Capitale, con lo spettacolo attuale.

Sono certa di aver visto quello spettacolo, come tutti quelli che  nei roventi anni Settanta si tenevano in quel luogo dalle piccole dimensioni, raggiunto dopo aver percorso la ripida scaletta che portava sul fondo. Dalle “120 giornate di Sodoma” che Giuliano Vasilicò allestì inaugurando praticamente lo spazio – era il 1972 – allo Sciosciammocca di un Carlo Cecchi in vena napoletana, al “Pinocchio” di Memè Perlini, anche Barberio Corsetti vi fece irruzione. Ne offre una sintesi tematica uno scritto di Simone Carella su “Teatr’oltre-La scrittura scenica” del 1976, appunto 43 anni da oggi. E leggendo quel susseguirsi di nomi di oggetti e di azioni, di concetti e di situazioni, si riesce a immaginare che anche allora si trattasse di un percorso suggestivo che rimandava da un elemento all’altro, con scatti della fantasia a raccogliere e avvertire come suggerimenti provenienti dalla poesia majakovskijana.

Barberio Corsetti ha ripreso oggi quel percorso di suggestioni dettate da uno scritto del poeta russo del 1913 – forse titolato diversamente da “La rivolta degli oggetti” qui utilizzato per lo spettacolo, e pertinente alle azioni che vi si succedono.

L’operazione ideata dal regista, autore insieme ai due compagni di allora – Solari e Vanzi – è nuova rispetto a quella del debutto. Ma che cosa resta, di allora? Vedendo lo spettacolo oggi, ne ho avvertito una bellezza espressiva del tutto originale. Sono inconfondibili, rintracciabili in altri suoi spettacoli, gli scatti  gestuali di Barberio Corsetti alle prese con le risposte del suo corpo percorso dalle correnti della fantasia. Affidata ai duttili corpi plastici, castissimi e quasi privati del gravame del peso e delle difficoltà motorie, come angeliche presenze della memoria, la rappresentazione si sviluppa come gioco e rivisitazione. Tre sono anche oggi i protagonisti di questa creazione, di una straordinaria capacità figurativa Dario Caccuri Carolina Ellero Antonino Cicero Santalena, indiscriminatamente ognuno è il poeta. Bianchi e leggeri, camicia e pantaloni i due ragazzi, lei in abitino appena allargato nella gonna a permetterne le roteazioni da farfalla, si rincorrono silenziosamente,  come a sfidarsi, intrecciandosi e poi abbandonandosi, cercandosi e sfuggendosi. Una striscia argentea delimita un percorso, lo segnerà lei mentre gli altri la spiano, la controllano, la invidiano, chissà che cosa altro dire per le azioni che si susseguono e che appartengono al mondo misterioso della poesia, quella di Majakovsjij ripensata da chi oggi a sfida la vuole trasmettere attraverso questi giovani corpi da equilibristi a un pubblico assetato di cose nuove rispetto al teatro piattamente interpretato dai soliti, sotto la garanzia del nome acclamato in cartellone. Poi si aggiunge una musica, i corpi ne vengono supportati. E finalmente le parole del poeta. Poche frasi, soltanto parole, occhi verdi, occhi di vetro, c’erano anche nella versione antica, ma poi tante altre, insieme agli oggetti che si ribellano. E sono un violino senza corde: diventa un tamburo nelle agili dita della ragazza. E poi gli ampi cappotti che come per una recita fatta in casa per gli amici si fingono divise militari, toghe, avvolgenti palandrane dentro cui scomparire, alla volta della Rivoluzione. E poi ci sono i berretti, molto “corazzata Potiomkin”, e una stella rossa, enorme, di cartone, in contrappunto con una vecchia pistola, è proprio la Rivoluzione, ma si gioca e non si muore. Ancora non basta, e ci saranno le bandiere rosse, ma quale allegra trasposizione, con quelle i ragazzi giocano a moscacieca, e poi ci si strozzano. È un continuo mutare, sfuggire, ritornare al punto di inizio, inseguirsi, giocare. La parola diventa “la parola”, elemento vivo, personaggio vibrante, su cui interrogarsi. Non c’è tempo per soffermarsi a un pensiero, a contare è il tutto che si muove e si intreccia. Finché i tre confessano di voler entrare nel presente, in un dovere che ormai si fa pressante. Le parole del poeta vengono accantonate nel loro simbolico esprimersi senza logica; echeggiano frasi che invitano all’impegno, all’oggi, alla propria responsabilità.

E le tre figurine ammantate nei cappottoni si fondono in un unico blocco su cui campeggia un volto di creta, che mantiene ancora per poco una luce fino a spegnersi. E partono gli applausi.

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