LA GRANDE MAGIA

La grande magia regia di Lluis Pasqual 2 Nela foto Alessandra Borgia e Nando Paone. Foto Marco Ghidelli

di Eduardo De Filippo

regia, scene e costumi Lluis Pasqual

con

Nando Paone, Claudio Di Palma, Alessandra Borgia,

Gino De Luca, Angela De Matteo, Gennaro Di Colandrea,

Luca Iervolino, Ivana Maione, Francesco Procopio,

Antonella Romano, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano,

musiche dal vivo eseguito da Dolores Melodia, Raffaele Gillio,

disegno luci Pasqual Merat

Produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

Roma, Teatro Argentina, 18 dicembre – 5 gennaio 2020

Maricla Boggio

Sui giornali di questi giorni alcuni articoli, relativi allo spettacolo “La grande magia” di Eduardo de Filippo, hanno fatto riferimento a precedenti edizioni della commedia, scritta nel 1948 dal grande autore napoletano, che in varie riprese vi ha interpretato sia il ruolo del mago Otto Marvuglia che quello del marito abbandonato Calogero Di Spelta, oscillando lui stesso nel privilegiare l’uno o l’altro come linea di interpretazione della realtà, e di quel misto di realtà e illusione che essa comporta, coinvolgendo l’animo umano in una specie di battaglia fra quanto avviene e quanto si crede che avvenga nelle varie vicende della propria esistenza.

Dopo la rappresentazione realizzata da Eduardo, altre ne sono seguite. Ne abbiamo vista citata quella di Luca, figlio di Eduardo, qualcuno ha ricordato un’edizione con Enrico M. Salerno e – mi pare – Giancarlo Sbragia. Soltanto pochi – e non le note del Teatro che ha prodotto lo spettacolo – hanno ricordato l’edizione del 1984, firmata da Giorgio Strehler, dove la commedia di Eduardo splendeva di una luce che non aveva avuto neppure con l’interpretazione del suo autore con tutta la sua compagnia.

Perché – come si sa – un’opera conclusa da chi l’ha scritta vola per conto suo nel mondo e si sviluppa attraverso gli innumerevoli significati che chi vi assiste le attribuisce: critico è ognuno che osserva e partecipa, fino a chi il critico fa, avendo affinando le proprie capacità di approfondire ciò che sente e vede, fino al regista, che del testo è la coscienza critica.

Di quel programma di più di trent’anni fa si apprezza la volontà di vedere a tutto tondo ciò che la scrittura di Eduardo suggeriva. Vi si provano personaggi del mondo culturale e artistico di allora – Federico Fellini, Agostino Lombardo, Aggeo Savioli, Pietro Ingrao, Maria Grazia Gregori, Enzo Biagi,

Paolo Grassi, Eric Bentley, Roberto De Monticelli, Ugo Ronfani – insieme ad una appassionata auto-intervista che Strehler fa a sé stesso, ponendosi quelle domande su illusione e realtà che si è posto per tutta la durata delle prove e che ancora lo possiedono inconcluse. In quell’edizione, memorabile per la partecipazione di tutti, eccelsero i due protagonisti – perché due in realtà, e inscindibili, sono i protagonisti, a dispetto di Eduardo che ha scritto il testo -, che vennero impersonati da Renato De Carmine – Marvuglia, e Franco Parenti – Calogero Di Spelta, mentre Zaira era Rosalina Neri, e Marta Di Spelta era Eleonora Brigliadori dalla lunga chioma.

Fu allora un lavoro che sovrappose e intrecciò vari livelli del reale e dell’immaginario. Con la semplicità finale che deriva da una lunga operazione di scavo e di rimozione del troppo e dell’inutile, lo spettacolo mostrò agli stessi spettatori chi erano veramente, diventati mare che si poneva di fronte agli ovvii frequentatori del Grand Hotel affacciato sulla spiaggia, dove il grande illusionista Otto Marvuglia si sarebbe esibito, circonfuso di quella gloria effimera che incanta chi vuole essere incantato.

Anche oggi gli spettatori si sentono mare, ammirato dai clienti dell’Hotel. Anche oggi Marvuglia appare come incontestabile icona della magia. Affiancato da due imbroglioni suoi collaboratori a scarso pagamento, Marvuglia accetta di far sparire Marta, la moglie di Calogero Spelta che vuole raggiungere l’amante a Venezia, attraverso il suo sarcofago adeguato ad aprirsi di lato, in modo da consentire la sparizione di chi ha accettato di mettercisi. Con movenze da sirena, Angela De Matteo finge di accettare, arrivando dal pubblico, il curioso esperimento; la rivedremo alla fine, pentita e in capelli sciolti, come vuole la parte.  Addobbato di ogni paramento orientaleggiante, con i toni altisonanti del mistero, Nando Paone mette a frutto la sua navigata esperienza che della Napoli più antica ha il linguaggio e le intonazioni ironiche ed astute.  Ed è un gustoso rivoltarsi della situazione il vedere poi il lato privato del mago, dove Zaira, la sua partner e compagna di vita, gli tiene testa con forte personalità contestativa, un vero personaggio eduardiano che Alessandra Borgia impersona con indiscutibile aggressività, nella quotidianità meschina della spesa a credito e nell’illusione, non del tutto convinta neppure da lui, di quel suo mestiere di arrangiarsi.

A lungo la storia di sviluppa, nel continuo alternarsi di speranze e disperazioni da parte del povero Di Spelta in attesa della moglie, per lui sparita per magia, e con altrettanto proseguimento logico immaginata in un apparire possibile dalla scatola che Marvuglia gli ha consegnato, dentro cui c’è sua moglie, che potrà rivedere, aprendola, purché abbia fede nella sua fedeltà, altrimenti non la vedrà mai più.

Questo Di Spelta, che parrebbe un povero marito tradito, rivela a poco a poco – la sofferenza a volte approfondisce le possibilità intellettuali – di rivedere attraverso la riflessione la complessità dell’esistenza, e superare la volgarità del comune modo di ragionare, perfino di chi, come il brigadiere –  Francesco Procopio con un marcato napoletano all’antica – crede nella granitica verità di una giustizia fatta di convenzioni superficiali.

È un personaggio a cui Claudio Di Palma offre, con toni e pause di riflessione, quel lato amletico dell’interrogarsi che da un testo all’apparenza comico-patetico, può scaturire se ben interpretato. Il pretesto fideistico si fa per metafora il modo di affrontare la vita, le possibilità che vi si cercano e vi si trovano, in una adesione che consente di sopravvivere all’inganno e alla disperazione. Il ritorno della moglie, stufa di avventure e pentita, trova Di Spelta ormai al di là di un rapporto che non intende più sopravvivere per illusioni. Questa volta sarà lui a volere che la moglie sparisca, e Marta, insieme all’accolita pettegola e interessata dei parenti sparirà questa volta con una realtà che non concede nulla all’illusione.

Lluis Pasqual, non nuovo a incursioni italiane, specie partendo, parecchi anni fa, dal Piccolo Teatro, ha scelto di essenzializzare i lati più pittoreschi della commedia, sia nelle scenografie che nelle scene recitate, mantenendo tuttavia quel sapore di bozzetto partenopeo che dichiara sempre la paternità eduardiana. Tutta la folta compagnia napoletana mantiene forte l’impegno per rendere chiaro l’assunto, dell’immaginare e del vivere, e lo fa con la forza espressiva che è propria di questo popolo, nel linguaggio e nella gestualità che si mantengono anche quando lo stile dei costumi si attiene all’esemplarità del cabaret.

Chi è cresciuto nel liberarsi dal bozzettismo, del resto anche nell’originale tenuto a bada, è Claudio Di Palma. In quel suo ragionare solitario, sofferto e tuttavia trionfante rispetto alla menzogna della realtà è proprio lui, lasciando in chi lo ha ascoltato con attenzione un senso di umana pietà.

Di quella scatola magica in cui sarebbe stata rinchiusa sua moglie, ormai liberato dal dubbio e dalla fede, a concludere la commedia, dice:

“Chiusa! Chiusa! Non guardarci dentro. Tienila con te ben chiusa, e cammina. Il terzo occhio ti accompagna… e forse troverai il tesoro

ai piedi dell’arcobaleno, se la porterai con te ben chiusa, sempre”.

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