LA MALADIE DE LA MORT

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liberamente tratto dal racconto di Marguerite Duras

regia Katie Mitchell

adattamento Alice Birch

con Laetitia Dosch, Nick Fletcher, Jasmine Trinca

scene e costumi Alex Eales

musiche Paul Clark

suono Donato Wharton

video  Ingi Bekk

luci Anthony Doran

produzione CICT – Théâtre du Bouffes du Nord

Roma, Teatro Argentina, 8 novembre 2018

Maricla Boggio

In bilico fra racconto e film, “La maladie de la mort” , spettacolo firmato dalla regista di cinema Kate Mitchell, alla sua prima regia francese, incuriosisce e induce a riflettere sulla commistione realizzata fra il racconto con le parole di Marguerite Duras e le immagini cinematografiche affidate a un attore e ad un’attrice che ne sviluppano attraverso le immagini loro e dell’ambiente in cui la storia si svolge l’intera narrazione.

È certo affascinante seguire le frasi quasi sussurrate di Jasmine Trinca, seduta in una specie di gabbiotto, che suggerisce il susseguirsi dei momenti in cui si sviluppa la vicenda. Di un uomo privo di ogni capacità di amare, così confessa alla giovane prostituta che ha accettato di vederlo al calare della sera e di accettarne ogni capriccio nel corso di più incontri, pagata subito per la metà della cospicua somma pattuita, e il resto alla fine. Ma quale fine? Forse quando l’uomo scoprirà come amare. Ma in realtà nessun tipo di amore emerge dagli incontri da parte dell’uomo, mentre della donna si intuiscono gli affetti – alla fine si vedrà un bambino allegro che la aspetta -, e anche il segreto per cui ha accettato lo strano patto con l’uomo: anche in lei è nascosta una sorta di malattia, che lei definirà “della morte”, ed è un terribile episodio della sua vita infantile, quando avrà scoperto il padre che si è impiccato.

Tutto questo racconto procede con un astuto gioco di riprese filmiche, a base di telecamere, giraffe e microfoni che un gruppo nutrito di “tecnici” – in realtà attori anche loro, sia pure silenti -  finge di realizzare via via che la storia procede, mentre i due attori si muovo nella stanza da letto teatro delle riprese e docilmente assumono i gesti, le posizioni, gli atteggiamenti che lo scritto della Duras descrive. È purtroppo un gioco un po’ gratuito, perché quello che gli spettatori vedono è il film già fatto e montato, con immagini che sarebbe davvero difficile realizzare dal vivo. Belle luci, un bianco e nero impeccabile, molto francese anni sessanta, e una disinvoltura dei due attori spesso nudi con il compito di riprodurre quanto la Dura descrive. Però l’immagine, se può anche dire di più della parola quando la parola è di un’artista, se è il testo di un autore, l’immagine che la sostituisce limita la profondità del significato. E questo, secondo la nostra sensazione, è accaduto, se si voglia confrontare il testo della Duras con lo spettacolo. Che tuttavia, se visto autonomamente, ha una sua strana fascinazione.

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