LA MODESTIA

di Rafael Spregelburd
Pièce enigmatica, ironica e labirintica
con Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi
Scene di Marco Rossi
Costumi di Gianluca Sbicca
Luci di A. J. Weissbard
Foto di scena di Luigi Laselva

Regia di Luca Ronconi
Coproduzione del Piccolo Teatro, Fondazione Festival dei Due Mondi di Spoleto, Associazione Mittelfest di Cividale su Progetto di Santacristina, Centro Teatrale
Roma, Teatro Argentina, 9 aprile 2013

Maricla Boggio

Spettacolo andato in scena nel 2011 a Cividale e nel 2012 al Piccolo Teatro Grassi a Milano, “La modestia”, a prescindere dalla sua drammaturgia che dovrebbe essere il primo ed essenziale punto di riferimento, a noi appare interessante per quanto riguarda le altissime qualità interpretative che pone in essere. I quattro attori, che interpretano gli otto personaggi in due storie continuamente intrecciate fra un interno nell’Argentina dei nostri giorni e in un condominio dell’ex Unione Sovietica, possono definirsi impeccabili nelle loro continue, molteplici e varianti espressioni nel reciproco interloquire in vicende complesse, a noi sconosciute nelle premesse così come rimarranno sconosciute nelle conclusioni, tranne che per l’inquietante intuizione di un disastro finale, che si annuncia attraverso un cupo rimbombare di cannoni e mitragliatrici fuori dall’appartamento, le cui pareti crollano via via sotto i colpi, e quel loro sgretolarsi è un graduale scomporsi di pezzi geometrici come presi da un gioco di meccano, una ulteriore irrisione all’umanità di questi personaggi che soffrono, litigano, si amano e si odiano per circa tre ore filate. Di che si discute? Di una sofferta dimensione del vivere in cui – insinua l’autore – il peccato capitale della superbia si ribalta in quello di una virtù – la modestia -, così come per gli altri peccati capitali Spregelburd ha associato ribaltando la virtù in vizio in una panoramica di altri drammi da lui scritti. E quel finale che prelude alla distruzione è l’unica soluzione a concludere una pièce che potrebbe continuare all’infinito, avendo fatto a meno di una stesura in cui nodi drammatici e colpi di scena risultano sì a ripetizione ma sconnessi – e volutamente – da uno sviluppo organico.

Luca Ronconi ha accolto la sfida dell’autore argentino a mettere in scena un’opera di così complessa costruzione, e lo ha fatto con una regia in cui ha delineato con la finezza che è propria al suo lavoro di artista i caratteri dei quattro personaggi dagli innumerevoli risvolti psicologici, sentimentali, razionali e in definitiva esistenziali offrendoli al pubblico in tutta la loro complessa materia umana. Essi discutono dei loro casi con passione animata da un accanimento feroce o da una devozione sublime. Perché la modestia come tema che muove il dramma? Forse perché colui che vorrebbe pubblicare un suo dramma viene sopravanzato dalla scelta di un testo scritto da un suo suocero scrittore per hobby, che la moglie contrabbanda come opera del marito per farlo pubblicare da uno strano individuo proveniente dall’ex Unione Sovietica… Ma nel contesto si sviluppa anche un’altra storia, di coppie incrociate, di sospetti di tradimenti, di arrivi di amici ospitati da mariti traditori le cui mogli si insospettiscono di tale arrivo, minacciando il malcapitato con la pistola, mentre poi costui scopre di aver sbagliato piano del palazzo…
Raccontare non ha senso in questo travolgente susseguirsi alternato di episodi di due coppie a distanza di tempo e di luogo. Conta invece entrare nell’interpretazione in cui la storia non ha importanza, quanto invece la testardaggine del mostrare caratteri e situazioni in tandem fra attori e regista a mostrare l’inutilità – e soprattutto la vacuità -delle umane vicende, che si snodano inutilmente in un contesto di una società demotivata e tanto più tale quanto più si accanisce a sostenere le proprie ragioni.
Si tratta di un tessuto drammaturgico in cui conta il dettaglio e l’accumulo delle interpretazioni, in una forma liberata dalla trama e dalla “pièce bienfaite”. Maria Paiato è un prodigio di astuzie attorali, in una gamma che forma un arco inteerpretativo dal grottesco al patetico. Francesca Ciocchetti modula le sue corde su piani più realistico-sentimentali, e l’impatto fra le due genera scintille. Sono attrici che ben si intendono, a partire da una formazione analoga, all’Accademia “Silvio D’Amico”. I due attori – Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi, formati alla Scuola del Piccolo Teatro, hanno fra loro sensibilità di segno analogo, proiettati a un grottesco pressocché marionettistico che crea una forte sintonia con le attrici.
Ronconi gioca con i toni, i ritmi, i timbri, puntando a rappresentare una società che più mostra la sua spietatezza più si scopre nella sua debolezza. Ed è qui, al di là di quanto forse vuole dimostrare Spregelburd con una drammaturgia che non ha inizio e non ha fine – e come tale potrebbe durare tanto di più o tanto di meno – che Ronconi e i suoi attori realizzano un messaggio di non commossa pietà verso l’inanità degli umani sforzi.

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