LA NOTTE POCO PRIMA DELLA FORESTA


di Bernard-Marie Koltès
studio
co Pippo Delbono
Roma, teatro Argentina, 4 giugno
nella rassegna a cura di Rodolfo Di Giammarco
“Altri amori”. anteprima “Garofano verde” scenari di teatro omosessuale
Maricla Boggio

Si presenta tutto solo sulla scena dell’Argentina, Pippo Delbono che siamo abituati a vedere accompagnato dai suoi soliti amici-attori; dall’altro lato della scena entra un barbuto con strumento a corde, presentato come un amico di antica data, perduto e ritrovato oggi, per questo spettacolo, che ha chiamato studio: ogni tanto dietro un segnale dell’attore, offrirà unoi sfondo sonoro al lungo raccontare. Delbono scherza un po’ sull’amico, a cui piacciono le donne, dice ammiccando su quell’amicizia. Poi attacca a parlare con il pubblico, accovacciato su di un seggiolino di ferro, fogli su di un leggio, fogli in mano, il respiro pesante, il microfono ad amplificare. E il rapporto che crea con la gente della platea è di coinvolgimento personale, più uno psicodramma che uno spettacolo, perché, a cominciare dalla lettera di François Koltès, fratello dell’autore morto nel 1989 a soli quarant’anni, di aids, tutto diventa per Delbono autobiografico, in senso realistico. E se la metafora che crea il teatro c’è, è in questo autopresentarsi senza (apparenti) veli e dire tutto di sé, forse. François, che lo conosce da sempre e ne stima il modo di lavorare, gli ha affidato il testo cult del fratello, trionfante ad Avignon nel 1977 come scoperta dell’autore: nella lettera gli parla della sua vita in Sicilia, di tramonti meravigliosi ma anche dalle continue emergenze degli arrivi dei migranti, e nel piacere personale si insinua la sofferenza per la sorte altrui.
Migrante è forse Delbono, in senso privato, a partire dal giudizio della madre – ne vedemmo l’agonia nello spettacolo precedente – Orchidee -, filmata e insopportabile per il peso della sofferenza che vi era denunciata: lui non aveva fatto niente di quanto lei aveva suggerito, anzi tutto il contrario – racconta Delbono – però lei adesso ne è orgogliosa, perché “è riuscito”. Tutto questo raccontare e leggere, insieme a un apprezzamento negativo nei confronti del teatro scritto, di cui – sostiene in polemica – non si deve cambiare niente e quindi è superato e borghese, tutto questo precede il lungo e incessante fluire del monologo di Koltès, nel quale Delbono entra – come dire? – già caricato da queste presenze reali, saldandosi con esse e vivendo l’impetuoso argomentare di Koltès in una sorta di immedesimazione patetica, dove l’interpretazione e il vissuto si fondono.
Il titolo del monologo avrebbe dovuto essere “La notte proprio davanti alle foreste” – La nuit juste avant les forêts -, che è un po’ diverso dalla traduzione: Delbono ha avuto da François il consenso a operare come vuole sul testo del fratello, fino a stracciarlo, tagliarlo e quant’altro: forse avrebbe potuto staccare il titolo dalla traduzione “ufficiale” da cui si è liberato fino a rifiutare di pagare i diritti d’autore. Perché questa notte proprio vissuta davanti all’oscurità delle foreste, dove un generale costringe i soldati a sparare nel fogliame e quindi ad uccidere chi capita, è un’immagine di spazio e non di tempo. Ma è il disperato ansimare del protagonista a riempire le orecchie e gli occhi di chi assiste a una sua tormentata voglia di vivere nonostante la negatività di ogni momento di quel correre vedendo luoghi di incontro e di abbrutimento, e incontri abbrutiti e tuttavia carichi di speranza, in un amore che tarda a manifestarsi perché ogni giorno si immerge nel dramma dell’esistere. Disperato ricercare un luogo – un tema che ci ricorda Artaud – dove portare la propria umanità ferita. Non più famiglia – ne fiuta soltanto l’odore sgradevole – né casa – sostituita con la stanza d’albergo al punto che anche entrando in una casa subito il protagonista la sente come una stanza d’albergo per poterla sopportare.
L’anelito è nell’incontro, nel sublimare il negativo di un’intera esistenza attraverso un rapporto d’amore con il simile, magari per una notte soltanto, a riscattare l’intero dolore della avita. Ma incattivito e indurito il protagonista esalta la sua asocialità – non andrà mai in fabbrica, non farà mai l’operaio – in una negatività totalizzante che forse si può interpretare come un bisogno di amore. Ma riuscirà il ribelle a farsi capire, prima della morte? La lettera della madre di Koltès al figlio, in una scrittura di una sincerità lancinante e certo difficile a scriverla, Delbono la legge quasi come un testamento a cui associare il ricordo di sua madre: disapprova, la madre di Bernard-Marie, l’affannoso bisogno di incontri omosessuali del figlio, il suo vedere tutto sotto il segno del sesso. Ed è a quel giudizio che l’autore si ribella, rivendicando la sua interpretazione dell’amore. Madre e figlio rimangono come due poli opposti di un’umanità incomunicabile e triste. E Delbono leggendo la pièce di Koltès racconta se stesso.

I commenti sono chiusi.