LA PARANZA DEI BAMBINI

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di Roberto Saviano – Mario Gelardi

con

Vincenzo Antonucci Luigi Bignone Riccardo Ciccarelli

Mariano Coletti Giampiero de Concilio  Simone Fiorillo

Carlo Geltrude Enrico Maria Pacini

Scene Armando Alovisi

Costumi 0770 di Irene De Caprio

Luci Paco Summonte

Musiche Tommy Grieco

Collaborazione alla regia Carlo Caracciolo

Regia Mario Gelardi

Un progetto Nuovo Teatro Sanità

Produzione Mismaonda in collaborazione con Marche Teatro

Roma, Teatro Piccolo Eliseo, 29.11.17

Maricla Boggio

È una sintesi esemplare di quanto Roberto Saviano ne “La paranza dei bambini” racconta, lo spettacolo che Mario Gelardi ha realizzato con un gruppo di giovani attori nelle vesti dei ragazzini che, sotto la guida imperativa di Nicolas detto Maraja, hanno costituito una “paranza”, termine marinaro che indica una barca che pesca pesci piccoli, da friggere, cose di poca importanza, insomma. Qui “paranza” indica in gergo camorristico un gruppo di giovanissimi protesi a guadagnarsi un potere attraverso azioni senza scrupolo nella criminalità napoletana.

L’ampiezza del romanzo non poteva essere riprodotta nello spazio di uno spettacolo teatrale. Gelardi, a quanto capisco avendo letto il libro, ha deciso di offrire un taglio che mostrasse allo spettatore di quanto disperato coraggio questi ragazzi ancora quasi infantili si armino pur di sentirsi qualcuno, in un clima dove non ci sono speranze di riuscita onesta. A differenza del romanzo, dove le presenze femminili, di madri e di fidanzate, hanno un loro peso, qui è soltanto un mondo di ragazzini a mostrarsi, in un’assenza di famiglie che appena paiono esistere negli spazi della cucina o di una tavola in cui mangiare di corsa e senza scambi di parole: quel padre di schiena che se ne va impotente a superare il muro che lo divide dai figli è indicativo.

Sotto la guida di Gelardi i dieci scatenati attori sanno trasformare la scena nelle varie situazioni in cui, ciascuno con il proprio carattere ed il proprio ruolo, portano avanti in un crescendo di rischio, il progetto di impadronirsi di Forcella, dei traffici cioè che vi si compiono, soprattutto basati sullo spaccio della cocaina.

Anima incontrastata del gruppo è un Nicolas che ha superato ogni freno all’azione da compiere per raggiungere il massimo del potere; creatura intelligente rispetto ai suoi sottoposti che ancora possiedono, sia pure debolmente, un flebile sentimento morale, sa che si potrebbe scegliere un’esistenza lontana dalla violenza, e cerca di imporre al fratello minore questa possibilità  inducendolo ad andare a scuola e tenendolo lontano dalla “paranza”, ma per sé non ha remore, avendo sperimentato, pur così giovane, l’impossibilità reale di un cambiamento in positivo.

Devozioni a capi con cui Nicolas deve fare i conti si intrecciano a questa escalation che pare riuscire al gruppo. Ma il prezzo per arrivare al risultato è l’uccisione di un innocente, e Nicolas accetterà tale prezzo: è davvero la vittima sacrificale che si adombra nell’evento, che nel libro conclude l’ampio arco degli avvenimenti, mentre lo spettacolo ha un diverso finale, che incrudelisce ancora di più il racconto, e al tempo stesso offre spazio non ad un timido affiorare di rimorso come nel libro, ma ad un’esecuzione che invoca sì una sorta di volontà di giustizia, ma è una giustizia “fai da te”, che ignora la Legge e si attua a livello personale, nell’ambito delle antiche faide, delle vendette “occhio per occhio, dente per dente”.

La scelta di Gelardi, che ha optato in teatro per questa dimensione, insieme all’eliminazione delle presenze femminili, costituisce autonoma dimostrazione di una violenza incombente sulla gioventù napoletana, che i dieci attori hanno ben saputo rappresentare in un clima sempre notturno, carico di agguati, di tradimenti, di ricatti, mentre in qualche raro momento riemerge  come una nostalgia un infantile desiderio di gioco.

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