LA SECONDA VITA DI FRANCESCO D’ASSISI

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di José Saramago

traduzione di Giulia Lanciani

adattamento e regia Marco Usai

produzione Compagnia dei Masnadieri

 

con Massimo Roberto Beato – Elia

Jacopo Bezzi – Pietro e Povero

Antonella Civale – Pica

Barbara Giordano – Chiara

Davide Giordano – Francesco

Dario Iubatti – Masseo

Alessandra Mortelliti – Agnese

Alessandro Moser – Egidio

Mario Scerbo – Egidio

Marco Usai – Leone

scene Cecilia Fallongo in collaborazione con Jacopo Bezzi

costumi C. d. M.

assistente alla regia Sofia Chiappini

ufficio stampa e promozione Francesca Melucci

foto Gaia Recchia

Roma, Cometa Off, 1° – 4 dicembre

Maricla Boggio

A sedici anni dalla rappresentazione a Roma, firmata da Marco Baliani, ripresenta questo testo di Saramago un nutrito gruppo di giovani attori, tutti provenienti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, più o meno usciti negli anni in cui anche Jacopo Bezzi e Massimo Roberto Beato – loro la Compagnia dei Masnadieri che produce lo spettacolo – vi si erano diplomati registi.

Saramago, in questo testo scritto alcuni anni prima dell’assegnazione al Nobel, del 2002, aveva scelto Francesco D’Assisi a protagonista della sua fantastoria: il Santo ritorna in vita dopo quasi ottocento anni per contestare al suo ordine la trasformazione in “holding” operata rispetto agli intenti da lui sostenuti, di povertà, tanto da metterlo a suo tempo in contrasto persino con il Papa che ne temeva il rigore lontano dai fasti del Vaticano.

Saramago era venuto a Roma per lo spettacolo di Baliani, dichiarando la sua ateità e  sostenendo che l’esigenza rigorosa di una linea avulsa da interessi fortemente materiali nell’ambito della religione – come osservava esistessero in alcune organizzazioni religiose – era dettata in lui sostanzialmente dalla sua formazione cristiana, direi nella linea di Benedetto Croce circa l’affermazione che ognuno di noi non può non dirsi cristiano vivendo in una civiltà operante secondo i suoi principi. Tuttavia Saramago criticava dal di fuori un comportamento lontano dai valori della religione cristiana. Perfino l’ordine creato da Francesco così finalizzato alla povertà – affermava Saramago -, aveva tralignato: la critica dell’autore aveva preso la strada del teatro anziché quella di un saggio sociologico.

I motivi che hanno indotto la compagnia dei Masnadieri e il suo regista Marco Usai a mettere in scena questo testo sono forse da trovare in una constatazione dei comportamenti attualmente esistenti nell’ambito delle organizzazioni religiose, e anche di quelle che pur non definendosi tali, dichiarano di operare sul piano del volontariato, del soccorso ai bisognosi, dei poveri in genere, mentre in realtà perseguono propri interessi. La situazione attuale si è semmai aggravata rispetto a quel quarto di secolo in cui Saramago aveva meditato la sua parabola, e ha quindi motivo di essere apprezzata la scelta del gruppo. Che si articola poi in una serie di singolari operazioni registiche, inventate con semplicità ed efficacia, dai costumi che prevedono accenni di corti sai sopra moderni abiti “firmati” da parte dei membri di quel consiglio d’amministrazione in cui gli antichi poveri frati siedono, guidati con proterva gentilezza e polso implacabile da Frate Elia – un lucido e tagliente Massimo Roberto Beato in bilico tra dispotismo e persuasione -. Poi c’è l’attaccapanni a forma di croce – soltanto un po’ sbilenca – e i venditori da recuperare perché vendano meglio e di più. Di tutto questo armeggiare di affari si è accorto Francesco, che piomba in mezzo al consiglio dall’aldilà, e nessuno se ne stupisce, soltanto un po’, all’arrivo sua madre Pica – Antonella Civale, autorevole quanto implorante. Decisamente contrario a quel ritorno suo padre Pietro – Jacopo Bezzi artiglioso e tossicoloso preagonico ben determinato a cacciare quel figlio che già una volta lo ha tradito rifiutando di seguirlo negli affari. E c’è anche Chiara, bionda e scintillante – Barbara Giordano dal volto radioso -, che ha mutato la sua dedizione a Dio in dedizione alla segreteria della Holding, nella stolta certezza che l’obbedienza è una virtù, seguita a ruota dalla sorella Agnese – Alessandra Mortelliti dai toni ragionanti e precisi – che subito tifano per Francesco. E i frati antichi compagni, dubbiosi o entusiasti a seconda dei momenti, che Dario Iubatti, Alessandro Moser e Mario Scerbo insieme al regista-attore Marco Usai, tutti partecipano del dilemma di questo ritorno problematico. E c’è Francesco, che Davide Giordano interpreta con svagata ironia e convinto ardore  nel tentativo di convincere i suoi antichi frati della necessità di tornare alle radici, di rinunciare alle ricchezze ritornando alla povertà. Il suo discorso – che è un discorso politico, spesso affermato oggi da diverse categorie di persone, sia pure in chiave di metafora e non di realtà assoluta come qui viene fatto dal Santo rivivente – è un discorso che ha quasi convinto i suoi compagni, almeno la metà vota per lui, per un ritorno alle origini. Ma tutti i ragionamenti e le votazioni astute e i tentativi di convincimento interno sono nullificati dall’arrivo di Pietro il Povero, quello vero, che Jacopo  Bezzi in tuta fratesca e piedi ignudi  porta in scena quasi che il padre Pietro si sia purificato in un breve aldilà: è lui a ragionare su quella volontà di ritorno alla povertà di Francesco: chi gli darà l’elemosina, se saranno poveri anche quelli che potevano essere ricchi? Un mondo di poveri sarà privo di ogni possibilità. Il tema portato all’estremo non può che essere impraticabile. E in questo dilemma Saramago pare non riuscire a prendere una decisione, pur mantenendo la sua critica al sistema non suggerendo soluzioni. Del resto egli ha scritto un testo teatrale e come tale va preso questo spettacolo, vivace e pieno di ingegnosità, che questo gruppo di giovani attori e registi ha realizzato con entusiasmo.

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