LA SPALLATA

di Gianni Clementi

Premio Fondi La Pastora 2003

con Antonio Conte, Giorgia Trasselli, Gabriella Silvestri,

Claudia Ferri, Alessandro Loi, Matteo Milani, Alessandro Salvatori

scene di Claudia Titolo

costumi di Alessandra Marino

musiche di Simone Martino

luci di Giuseppe Filipponio

regia di Vanessa Gasbarri

Roma, Teatro Manzoni, 30 settembre 2014

Maricla Boggio

Parto dal finale per raccontare questa “Spallata” che attraversa i primi anni Sessanta, quando una famiglia di un piccolo paese nei dintorni di Roma tiene dietro a illusorie speranze di benessere inventandosi maldestramente mestieri mai fatti, loro contadini e piccoli atigiani: un’impresa di pompe funebri, con vestiti arrangiati per reggere dignitosamente le bare, e prove di peso a cui concorrono i familiari. In casa tengono le redini della duplice famiglia, due donne rimaste vedove insieme per un incidente, e una di loro – una deliziossmente svampita Gabriella Silvestri –  è fuori di testa per quel lutto, anche dopo tre anni dal fatto, e accende lumini e mette fiori su di un altarino condiviso anche dal cognato, la cui vedova, pur addolorata – una scatenata Giorgia Trasselli – prosegue a vivere per i figli e per se stessa. Ma c’è anche la nipote di una delle due anziane – e figlia dell’altra -, che sogna il cinema, e spera nelle promesse di un tizio venuto da  fuori che invece approfitterà di lei.

Parto dal finale, perché in questo mondo di illusioni dove l’arrivo del telefono e del televisore a sostituire la vecchia gracchiante radio, due eventi come macigni mortali trascinano via ingenuità, speranze e desideri di bontà in un mondo ormai ingrigito e destinato sempre più a intristirsi e incrudelirsi: la tragedia del Vajont e l’assassinio di J. Kennedy. Ma prima di arrivare a questo finale di riflessioni amare, che Gianni Clementi offre con sensibile originalità di invenzione, molte cose succedono, a preparare con sapienza la delusione, e a dimostrare che l’autore sotto l’apparenza giocosa offre tematiche profonde pur riuscendo a divertire. Sono gustosi i caratteri che Clementi disegna uno per ciascuno, dei tre maschi e della fanciulla, recuperando un mondo scomparso di buoni sentimenti sia pure associati a piccole astuzie e a peccatucci  maliziosi, insieme a egoismi così umani da non poter essere giudicati neagativamente: quando la vigorosa vedova corteggiata dal “tombeur de femmes” locale – un malizioso Antonio Conte molto Vittorio De Sica in “Pane amore e fantasia” –  rimane paralizzata proprio quando sembrerebbe un momento di unione felice fra i membri della famiglia dopo i disastri di fuori, ecco che lui si mette con l’altra, la vedova che nel frattempo ha ripreso la voglia di vivere ed è pronta a sostituire il sospirato marito con un vivo ancora pieno di promesse. La piccola aspirante attrice hollywoodiana si contenterà di recitare Cenerentola nel teatrino del paese, i ragazzi torenranno ad arrangiarsi, il tran tran riprenderà facendo dimenticare le illusioni.

Il colpo di teatro avviene quando la paralizzata si rialza epicamente dalla sedia a rotelle e riflette lei, per tutti, la fine di un mondo di illusioni, mentre si affaccia un’epoca nuova, foriera di meravigliose scoperte elettroniche, ma definitivamente scomparsa in quello che poteva essere il senso di una comunità. Vanessa Gasbarri  ha dato impulso alle tre modalità interpretative di un testo assai complesso e da tenere a freno, dalla quasi farsa del primo atto alla compostezza naturalistica del secondo, fino al finale “brechtiano”, e ha retto la sua affollata compagnia, manovrandola e contenendola con destrezza. Gli spettatori vanno a nozze quando si tratta di ridere, specie alle spalle altrui, e non si accorge che si parla di loro; ma il finale dovrebbe averli allertati.

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