LA TARANTINA

l’ultimo femminéllo dei Quartieri Spagnoli

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di Fortunato Calvino

con La Tarantina – Carmelo Cosma

e

Luigi Credendino, Roberto Maiello e Antonio Clemente

scene Paolo Foti

Costumi La Rossa

disegno luci Renato Esposito

Metastudio 89

Off/Off theatre, Roma

27 marzo 2018

Maricla Boggio

Chi conosce Fortunato Calvino per i suoi numerosi testi teatrali rivolti a combattere usura, camorra, violenza, e per le regie spesso generosamente offerte a testi di altri autori italiani, nella ricerca di un’intesa contro le ingiustizie attraverso operazioni teatrali autentiche, nel linguaggio drammaturgico e nella metafora delle tematiche, deve capire il motivo di questo spettacolo inusuale nell’ambito delle sue opere.

Perché “La Tarantina” non è uno spettacolo elaborato da situazioni di vita e messo in scena affidandolo ad una attrice. Ma è un lungo, complesso e degno di rispetto frammento di vita, di una persona che nei primi anni della sua adolescenza si è trovata a diventare gradualmente un femminéllo, non per propria scelta esistenziale, quanto per un rifiuto nei suoi confronti di una società paesana dopo esser stato portato su di una strada di prostituzione da uomini privi di scrupoli.

Da quel primo momento la strada di questo Carmelo diventato “Tarantina” rotola senza possibilità di giudizio morale, travolta da una sorta di determinismo che una segreta volontà di sopravvivenza induce ad accettare ogni situazione gli si presenti.

“Niente” è il termine che la Tarantina, in scena a raccontare la sua vera storia ripete ad ogni ripresa del racconto: “niente”  nella mancanza di un commento che dia spazio a un’indignazione per essere usata come curiosità da artisti e potenti, “niente” per una dignità che non si permette di lamentare un degrado, ma di viverlo ridendo e sopportando con apparenza perfino positiva, “alla faccia” di chi vorrebbe, forse involontariamente, umiliarla.

Ha ottantadue anni, la Tarantina, vive nel suo basso napoletano offrendo caffè mattutini allo spazzino, all’operaio, a chi passa davanti alla sua porta-finestra. Ha trovato una sua serenità che si espande verso altri che le stanno intorno, mentre ormai il percorso tortuoso e non certo facile della sua esistenza si è acquetato.

Calvino aveva previsto un filmato, in cui la Tarantina si racconta, e Paolo Valerio, ordinario di psicologia clinica presso la Federico II di Napoli commentava la situazione esistenziale di questa persona, rilevando i lati ambientali, storici, sociali, che hanno attinenze varie, dalle antiche tradizioni dei femminélli di antropologiche attinenze, a elementi legati ad un degrado sociale che si espande al di là del fenomeno e coinvolge il discorso della prostituzione, della carenza di lavoro, della violenza.

Il film non è stato proiettato, mentre più volte nel corso degli ultimi tre anni ha avuto proiezioni di rilievo dal Festival Cinema Giovani di Torino, a New York, Trieste, Napoli ecc. È un peccato perché non avrebbe confinato la Tarantina a un personaggio da applaudire, ma le avrebbe conferito quella dignità umana che molti, fra gli spettatori della serata, forse inconsapevolmente, “stando a un gioco che credevano di dover sostenere” hanno trascurato di attribuirle, ridendo per quelle esternazioni spesso scurrili e descrittivamente spinte, che facevano parte del racconto che si sviluppava in scena.

È mancata la coscienza di un rispetto da offrire a chi si dava in modo inerme, oscurando i lati di sofferenza, e per fortuna infischiandosene, nel bene e nel male, delle reazioni del pubblico. Prova di grande dignità da parte della Tarantina, in scena a dominare la curiosità protesa di un pubblico in attesa di divertirsi.

E Calvino ha lavorato intorno alla Tarantina con essenziali riferimenti al mondo dei femminélli, mettendo in scena con i suoi tre attori – Luigi Credendino, Roberto Maiello e Antonio Clemente – gli amori disperati e suicidi, la nascita del bambino dal ventre del femminéllo estratto con un già mostruoso pene di antica tradizione pagana.

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