LADY MACBETH-SCENE DA UN MATRIMONIO

LADY MACBETH 2

MARIA ALBERTA NAVELLO

in

un progetto di Michele De Vita Conti e Gian Manuel Rau

scritto e diretto da Michele De Vita Conti

costumi Brigida Sacerdoti

disegno luci Mauro Panizza

produzione Onda Larsen

Teatro Brancaccino, Roma 17-20 ottobre 2019

Maricla Boggio

Ci vuole la tempra adamantina di Maria Alberta Navello per affrontare questo “Lady Macbeth-Scene da un matrimonio” che Michele De Vita Conti e Gian Manuel Rau le sottopongono tutto intero, in un lungo monologo frammentato in più sezioni tematiche.

Perché all’inizio questa Lady dal leggero abito da sacerdotessa dialoga con gli spettatori in una sorta di autoanalisi che si discosta dalla scrittura shakespeariana, e scava con disincantata capacità di esaminare sé stessa, dopo aver esaminato il marito, mai come in questa confessione descritto con implacabile giudizio critico.

Di questo Macbeth, sconosciuto perché non scritto dall’autore inglese, si viene a sapere della crudeltà analoga a un vorace barracuda, ma sempre inadeguato alla sua fame che è di potere. Così com’è lei, non da meno nella spasimante voglia di prevaricare distruggendo le sue prede.

È di questo genere animalesco la prima parte su cui si apre lo spettacolo, tenuto in sospeso nel suo itinerante percorso a sorpresa, dall’attrice che, con sapienza matura nonostante l’età, mette in atto, modulando la voce a seconda dei sentimenti, e adeguando i gesti nel vasto immaginare della storia.

Nella scena fatta di ombre e di luci in uno specchiarsi nitido di un circolo di sale dentro cui si staglia la figuretta dall’apparenza fragile della protagonista, il racconto si svolge attraverso le parole che illustrano una vicenda – nel titolo attribuitogli dall’autore – riguardante delle “scene da un matrimonio”: ciò che ne emerge, assai più che la connivenza amorosa, è l’odio, il disprezzo, una disistima che domina i sentimenti della Lady e la distrugge in un non-amore che al tempo stesso è amore. Ancora non siamo al testo shakespeariano, che l’autore qui inventa in una dimensione innovativa, personalizzata secondo canoni drammaturgicamente rigidi, in cui la rappresentazione dei rapporti interpersonali e in particolare quelli di una coppia esemplare, si fa epica ed esclude la partecipazione.

È poi la parte successiva della rappresentazione a condurre alla storia conosciuta, ma quando già è alla sua conclusione, quando il carattere imbelle del marito si è dimostrato in tutta la sua vacuità, ed è lei, ormai di fronte a ciò che è stato fatto e non può più cambiare, a dare il via alle corde drammatiche, a quei sentimenti fino ad ora proibiti dalla drammaturgia algida e distanziatrice, a diventare carnalmente urlo di necessaria malvagità estrema, fino al sangue del vecchio re, fino al paragone dei bambini sgozzati se la necessità l’avesse ordinato.

Con quelle capacità di esprimere i differenti colori di questa vicenda attraverso le modulazioni vocali e le gestualità da danzatrice, Maria Alberta Navello ha creato un gioco sadico e al tempo stesso tenero, un divertimento crudele e insieme allegro nella serie di invenzioni che, oltre che dalla scrittura, traggono suggestioni dagli oggetti – lo shaker, il calice -, dalle materie – il sale nel suo spargersi di neve, nel suo diventare montagna -, per la sorpresa e il divertimento degli spettatori.

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