L’APPARENZA INGANNA

COPERTINA L'apparenza inganna (4)

di Thomas Bernhard

traduzione Roberto Menin

drammaturgia Sandro Lombardi

regia Federico Tiezzi

con Sandro Lombardi ( Karl, un vecchio artista)

Massimo Verdastro ( Robert, suo fratello, un vecchio attore)

scene Gregorio Zurla

costumi Giovanna Buzzi

Produzione Associazione Teatrale Pistoiese-Compagnia Lombardi-Tiezzi

Roma, 7 febbraio 2017

Maricla Boggio

Se Federico Tiezzi, con la drammaturgia di Sandro Lombardi, è tornato, dopo diciassette anni, a mettere in scena “L’apparenza inganna” che Thomas Bernhard scrisse pochi anni prima di morire, occorre prendere con attenzione questa sua decisione, perché il testo dell’autore austriaco contiene, oltre l’apparenza, qualcosa di più significativo di quello che ad una comprensione di prima lettura si afferra.

Non è quindi la storia dei due protagonisti – Karl, l’”artista” di Sandro Lombardi, e Robert, l’”attore” di Massimo Verdastro – a costituire l’elemento fondamentale della rappresentazione, anche se su questa si appoggia.

E occorreva un’interpretazione fondata sul non detto per far affiorare l’al di là dell’apparenza.

Bernhard possiede una sua originalità drammaturgica, ma dopo Beckett non si può fare a meno di non tener conto delle intuizioni del genio. Emergono fin dall’inizio le citazioni, discrete e acquisite, da “Giorni felici” soprattutto, ma anche da “Waiting for Godot” e di altri ancora, dove si agitano personaggi duellanti in dialogo corrosivo fino allo sfinimento. Qui il dialogo si ammanta di affettività abitudinarie intrise di perbenismo borghese, quello stesso che da entrambi i personaggi è stato rifiutato nelle scelte giovanili – teatro, spettacolo, felicità di rapporti con la gente in contrasto con le scelte opinate dai genitori, di tipo burocratico, deprimenti di ogni creatività a vantaggio dello stipendio fisso – e che adesso riemerge senza che i due se ne accorgano, ancorati a un passato recente in cui giganteggia la figura della appena defunta Mathilde, moglie di Karl, comune musa protettiva, animatrice di domestiche serate ora vuote di ogni risorsa: eppure, anche in questo ricordo dolce-amaro prevale la rabbia del vedovo per una donazione della moglie – la casetta delle vacanze – al fratello anziché lasciarla a lui, e non è tanto, si intuisce, per la donazione in sé, quanto perché Robert lo ha pur involontariamente prevaricato rispetto al suo restar succube, motivo vitale di contrasto oltre ai tanti di incompatibilità, negli incontri che i due si scambiano, reciprocamente, il martedì e il giovedì.

I rituali consolidati nel tempo, le sedie al posto giusto, i bicchieri per l’acqua, i lumi, sono il contorno di uno scambio apparentemente educato e perfino affettuoso fra i due, in cui si avverte il prevalere di Karl sul più debole Robert, costretto fin dall’infanzia a subire l’incombere del maggiore. E’ una complessa sinfonia di battute che si sviluppa tra i fratelli, in una speculare struttura abitativa, che ciascuno ha allestito secondo il proprio carattere, più semplice e trascurata quella di Karl, più raffinata e arredata quella di Robert.  Tiezzi ha voluto esasperare questa duplicità trasferendola fisicamente in due spazi distinti, in cui gli spettatori sono invitati a spostarsi seguendo praticamente i due personaggi in visita rispettivamente dell’uno e dell’altro. E, addirittura, ha scelto altre volte due appartamenti in case distinte, lontane qualche minuto l’una dall’altra, alle quali arrivare dopo una piccola camminata raggiungendo gli attori nel nuovo luogo della rappresentazione.

Il primo monologo di Lombardi, in désabillé, si sviluppa con meticolosità di linguaggio, alla ricerca ossessiva di una limetta caduta a terra chissà dove per soccorrere un’unghia fastidiosa, prima dell’arrivo in visita del fratello, per il quale indosserà come paramenti da cerimonia l’abito con tanto di camicia e cravatta. Suo interlocutore inconsapevole, un cardellino che in una gabbietta si agita ad ogni suo interloquire, eredità della defunta Mathilde, necessario referente di un illusorio dialogo e al tempo stesso ingombrante presenza di cui è difficile disfarsi in caso di viaggi.

Noia e fastidio sono quindi le componenti sotterranee di un mondo a rischio di imminente disfacimento, che non si placa, anzi si moltiplica nelle immaginarie possibilità frustrate di ogni progetto quando Karl dialoga con Robert.

Altrettanto avviene quando a ricevere è Robert, a cui il destinatario delle sue nevrosi esistenziali è il fantomatico personaggio di Lear, da lui amato ma sempre sfuggente alla sua labile memoria.

L’evanescenza della battuta è altro emblema di apparenza ingannevole. Vi insiste ancora più pervicacemente Karl nelle sue veementi osservazioni sulla vacuità dell’attore, al quale non rimane nulla del senso profondo di battute anche le più significative, inane involucro sonoro. La disistima di Bernhard nei confronti degli attori è nota, tranne eccezioni come la devozione al grande Minetti, e qui essa si dispiega applicata al caso personale, del fratello denigratore del fratello, che la ingigantisce rivestendola di concretezza.

Gioca con  spietata leggerezza Sandro Lombardi il suo Karl, affiancato dal meditativo Massimo Verdastro che mostra il suo Robert in una contenuta sofferenza intinta di rimpianti di affettività.  E lo spettacolo è un vero spettacolo, di un vero testo, con dei veri attori sostenuti da un vero regista. E il vero è poi cancellato dalla sublime presenza dell’arte.

 

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