LE JOURNAL D’UN CORPS

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di Daniel Pennac

lettura teatrale

regia di Clara Bauer

Roma, Teatro Argentina, 23 marzo 2016,

Maricla Boggio

Senza voler opporre una critica denigratoria a un autore conosciuto in tutto il mondo per la sua disposizione a raccontare se stesso raccontando così gli altri, ricavandone un successo indiscutibile attraverso un consenso pressoché generale, non possiamo nascondere una sensazione molto vicina all’imbarazzo quando abbiamo avvertito salire dalla platea di un gremito teatro Argentina qualche risata trattenuta o un brusìo soddisfatto da parte degli spettatori nell’ascoltare certe esternazioni che, ritto in mezzo alla scena fra un tavolo e una sedia, di sfondo una lavagna color porpora a tratti segnata dal numero degli anni e qualche frase,  Daniel Pennac con un francese perfetto, rotondo, ben fornito di pause significative, comunica circa le sue mutazione corporee che, con attenzione diligente e non priva di humor, ha annotato in un diario iniziato all’età di tredici anni e terminato alle soglie dei novanta, affidandolo poi, per testamento notarile, alla figlia Lison, un regalo davvero inaspettato. Si tratta, è chiaro, di un racconto inventato, non di una autobiografia; l’autore diventa qui l’attore-personaggio che lo fa suo svincolandolo dall’autore-Pennac.

Perché le notazioni del personaggio riguardano tutte quante il corpo. Neanche una frase che ci parli delle sue scelte culturali o lavorative, che ci suggerisca le sue preferenze di letture o di spettacoli, o ci faccia partecipi di qualche svolta di pensiero, approfondimento spirituale o preferenza politica. Ed è questa la trovata di fondo che percorre l’intera lettura-spettacolo.  Certo, di fatti Pennac ne elenca parecchi, e con divertita e talvolta tenera ironia, o indignazione, o erotica partecipazione. I ricordi dell’infanzia, con Violette, una sollecita e saggia “servante” di cui percepisce gli odori, la capacità ad alleviare le escoriazioni alle ginocchia di lui intrepido bambino, fino alla morte avvenuta proprio davanti a lui, altra percezione fisica indimenticabile, sono descritte con profonda conoscenza dell’animo umano. Ed è questa conoscenza che fa trapelare lo spirito messo ufficialmente fuori dalla scrittura.

Niente viene omesso del percorso che in genere, con poche differenze, ogni persona compie nei decenni della sua esistenza. Sfilano nel compiaciuto discorrere di Pennac le età dell’uomo, nelle manifestazioni piacevoli – la scoperta dell’eros, la nascita dei figli e poi dei nipoti – e in quelle sgradevoli, le più condivise con risate e applausi da un pubblico in agguato nell’attesa di trovare somiglianze con il narratore – le scorregge disperatamente nascoste a colpi di tosse, la pipì a lungo trattenuta e proditoriamente espulsa in un angolo recondito di un negozio -, mentre generano un ascolto sospeso e venato di emozione i momenti in cui il narratore ritrova, dopo una malattia invalidante, la forza vitale di un eros sollecitato da una giovanissima ragazza incontrata a un convegno: mai il narratore aveva tradito la moglie, ma nei convegni – è il commento – si crea la maggior parte dei cornuti. E’ patetica la morte del nipote gay colpito da un male strano e raro – in cui si ammanta l’aids – e il dolore che genera questa perdita è un altro momento che fa salire l’autore nel consenso di chi assiste alla sua lettura-spettacolo.

Sicuro di sé e determinato ad offrire l’intero racconto di vita fino in fondo, Pennac non risparmia le angustie della vecchiaia con alcune delle sue manifestazioni più tristi, la perdita di memoria, la necessità delle trasfusioni di sangue per sopravvivere “rubando la vita di altri” con quel sangue rinvigorente. E’ questa riflessione a farlo decidere di non proseguire ancora in una esistenza ormai inutile, che ha dato frutti e ha ricevuto doni, ma anche dolori.  Così Pennac tace finalmente e si allontana su di uno sfondo che si oscura.

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