LE SORELLE MACALUSO

testo e regia Emma Dante

con

Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Caroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier

Luci Cristian Zucaro

Armature Gaetano Lo Monaco Celano

Teatro stabile di Napoli, Théâtre National- Bruxelles, Festival D’Avignon

con Atto Unico/Compagnia Sudcostaoccidentale

Romaeuropa al Palladium

29 gennaio- 9 febbraio

Maricla Boggio

“Le sorelle Macaluso” mi ricorda molto “Vita mia” che, fra i tanti spettacoli firmati ormai da Emma Dante nell’inscindibile complesso del testo-regia, è quello che ho sentito più realizzato.

In questo attuale si ritrova un’aria di morti che vivono e di vivi che muoiono che mi colpì allora, in quell’affannarsi fervido e disperato della madre verso i figli sfuggenti e ossessivamente presentificati attraverso le tenerezze evocate dalle cure dell’infanzia, mentre qui le presenze sono moltiplicate e tutte femminili: sette sorelle.

La cifra espressiva di Emma Dante comporta  l’inscindibilità dello spettacolo nelle sue gestualità e verbalità. Il testo affonda nella gestualità; l’espressività è spinta al massimo nei volti e nei corpi, più che a comunicare con parole. Chi è siciliano – ma proprio di Palermo – può afferrare queste parole, troncate a metà in ritmi contratti come schiaffi; chi capisce, ride o prova sentimenti adeguati al momento rappresentato, ma rappresenta un limite per la maggior parte del pubblico  la difficoltà di fruire dell’intensa forza emotiva dettata dal linguaggio. La Dante punta su quello che hanno chiamato, di lei, istinto, e l’istinto precede la parola, ma soltanto per averla poi compagna e completare un’intesa.

All’inizio sulla scena nuda una ragazza si muove con gesti armoniosi, danzando tutt’intorno con rapidi volteggi; avvolta in una tuta scura, appare modesta e misteriosa insieme. Subito dopo entrerà un gruppo compatto, militaresco; ragazze e uomini con indosso tute scure, su e giù per la scena inglobando la danzante di prima. Da gioco infantile il gruppo si articola in una processione mortuaria; compare la croce, metallica, quasi un’arma, a indicare la cerimonia severa.

Si seguono gli eventi con una sorta di curiosità spionesca, indovinando ciò che le querule ragazze si raccontano fra loro. Storie di vita trascorse, scherzosamente riaffioranti dalla memoria dell’una e dell’altra in quella connivenza partecipe, affettuosa ma anche colpevolizzante, che emerge nei comportamenti parentali. Passato e presente si intrecciano a sorpresa, in una successione disarticolata che privilegia i fatti e mette in secondo piano le parole; più che interpretazione, vissuto continuo, verità esistenziali potenziate. Dalle tute scure emergono vivaci abitini, prevale la gioia infantile del correre, del divertirsi, dello scontrarsi fino a un combattimento fra pupi, poi i piccolo scudi di latta vengono subito riposti per un’altra trasformazione. E’ la vista del mare a suscitare una sfrenata felicità fra le ragazze, che in costume da bagno giocano sfidandosi a chi resiste di più sott’acqua. E una ne muore perché l’altra le chiude il naso con le dita ostinate, e dalle risa nell’agitarsi giocoso il gruppo passa all’arresto di ogni movimento e suono di fronte alla sorella distesa, immota. Ma tutte poi ritornano in girotondo a correre sfrenate, a vivere dimentiche di quanto accaduto: o sono tornate indietro nel ricordo, prima di quell’evento luttuoso? Che fanno alcune, digrignando i volti, artigliando le mani in un’imitazione parossistica del granchio? Il padre terribile – figura lacaniana – si fa spazio fra loro, e racconta di tristi e umilianti miserie di cessi patiti per trarne ricatti padronali a tirare avanti la vita: sempre emerge la dura realtà che non si può eludere. A lampi, altri fatti. Una sorella accusa un’altra di aver fatto morire  per ambizione il figlio calciatore – “Maradona” – a cui si spacca il cuore a forza di giocare. E la dolce e supplice madre di tutte queste sorelle, ragazza in mezzo a loro, si rende conto di morire, guardandosi stupita nel bianco abito di cui si vede vestita. Ed è allora l’abbraccio disperato con quel marito da meschino divenuto eroico, è un lungo ballo vertiginoso che lega i due come un corpo solo, a difesa dalla morte.

Intuizioni e riferimenti di varia natura teatrale si avvertono andando in profondità in questi quadri-sensazione. Un ricorrente senso di rimpianto e di frustrazione richiama Orfeo e Euridice, mentre la struttura riporta a un frazionamento della realtà in perdita della propria unitarietà che si rifà un certo Pirandello, specie dei drammi meta-teatrali, ma appartiene comunque a una concezione di società frantumata, dove la consistenza del racconto è rifiutata per un susseguirsi di momenti non necessariamente in successione di fatti e di tempi.

I morti di questa famiglia Macaluso, via via che prosegue lo spettacolo, diventano tre,  forse quattro o più ancora: nello stupore di un momento di felicità che svanisce si fa avanti in ogni personaggio il pensiero di essere prima o poi preda della morte.

E arriva il momento cruciale della scoperta di questa ineluttabilità: una delle ragazze diventa il centro dell’attenzione di tutte, perché è lei la prescelta della morte, a lei tocca in quel momento, e tutte lo capiscono, e se ne distanziano. A convincere la destinata di questa dura trasformazione sono tutte le sorelle – le già morte e le vive – : incredula, lei vorrebbe ancora ballare la sua danza di vita, e cercando di protrarla danza ancora,  denudando il suo corpo, offerta estrema, finché il candido tutù di un antico costume infantile la copre come un sudario, e il silenzio e il buio avvolgono la scena, nei rispetto in cui anche il pubblico vien coinvolto, davanti all’evento estremo.

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