LEHMAN TRILOGY

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di Stefano Massini

regia Luca Ronconi

scene Marco Rossi

costumi Gianluca Sbicca

luci A.J. Weissbard

suono Hubert Westkemper

trucco e acconciature Aldo Signoretti

con

Massimo De Francovich Fabrizio Gifuni  Massimo Popolizio

Martin Ilunga Chishimba Paolo Pierobon Fabrizio Falco

Raffaele Esposito Denis Fasolo Roberto Zibetti

Fausto Cabra Francesca Ciocchetti Laila Maria Fernandez

produzione Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

Roma, Teatro Argentina, 25 novembre – 18 dicembre 2016

Maricla Boggio

Lehman Trilogy debuttò nel gennaio del 2015 al Piccolo di Milano.

Ronconi gli dedicò la sua ultima regia. In essa si possono ritrovare alcune delle scelte che ne hanno caratterizzato i tanti spettacoli da lui messi in scena.

Ricerca del singolare, o ricerca, anche nel solito, del singolare. Volontà quindi di indagare nel profondo dell’animo umano, sia del singolo che, attraverso il singolo, della collettività nel suo manifestarsi attraverso epoche diverse, cercandovi sempre quanto ne rivelasse il segno particolare di una società. Mai il divertimento fine a se stesso, o la riflessione fine a se stessa. Ma la ricerca di una motivazione a un comportamento, per ricavarne una lezione di vita, da trasmettere. Un contenimento alle emozioni anche se sentite, tuttavia esposte come elementi ineluttabili. La tragedia indagata come conseguenza dell’impossibilità, da parte dell’animo umano, di cambiare.

Per arrivare alla considerazione finale, molti i mezzi impiegati, dai più complessi sul piano tecnico ai più semplici per materie ed elaborazione, agli elementi espressivi in possesso degli attori, gestiti secondo la linea del regista.

In “Lehman Trilogy”, che nasce in forma narrativa a firma di Stefano Massini, Ronconi mette in atto quel suo presentare il personaggio sia attraverso l’immedesimazione che epicamente destinandolo a descriversi attraverso quelle che sono le frasi in terza persona, in analogia con le didascalie di un testo teatrale. E’ una formidabile ginnastica creativa, a cui gli attori chiamati nello spettacolo aderiscono con personale maestria. Da “Quer pasticciaccio brutto” di gaddiana memoria in poi, molti furono gli spettacoli sviluppati in questo duplice modo, soprattutto da epigoni ronconiani più che dallo stesso regista che l’aveva sperimentato. In questa trilogia di racconto è più la prima parte a svilupparsi in questo modo, perché gradualmente si assiste a che i personaggi vivano attraverso le loro battute, mentre altri ne individuano gli aspetti che sarebbero stati espressi attraverso la terza persona. Ciò è forse dipeso dal fatto che la prima parte dello spettacolo si regge soprattutto su tre protagonisti, impersonati da altrettanti attori di notevole peso interpretativo, i fratelli Lehman, Henry – Massimo De Francovich, Emanuel – Fabrizio Gifuni, Mayer – Massismo Popolizio. Mentre nella seconda parte, in cui troviamo un formidabile Paolo Pierobon nel ruolo di Philip figlio di Emanuel, molti elementi didascalici sono sostenuti dai defunti fratelli, ormai non più in scena tranne che in momenti di ricordo.

Tutti gli attori contribuiscono alla riuscita compatta dello spettacolo, stagliandosi con evidenza in una scena che dà risalto ai personaggi, spoglia, chiara, con veloci cambi a vista e sali e scendi di magica levità. Non potendo citare tutti gli altri interpreti, va detto almeno di Francesca Ciocchetti che riesce a dare vita in poche battute a cinque donne di diverso carattere ed estetica secondo un registro di sapiente capacità mimetica.

La prima fase di questa sorta di epopea vede l’arrivo dalla Baviera, uno per volta, di tre semplici artigiani desiderosi di far fortuna in America, come milioni di immigrati la cui maggior parte rimarrà a bassi livelli sociali. I tre invece si inventano via via attività che li portano sempre più in alto nella scala sociale e soprattutto li rende sempre più ricchi. La mediazione – mestiere inventato dai tre nel comprare il cotone e rivenderlo a prezzi aumentati – è la scoperta di un modo mai prima usato di fare fortuna; da quella scoperta in poi è inarrestabile la corsa ai più alti livelli della scala sociale. Di rilievo il fatto che si tratti di una famiglia ebrea, tenuta insieme rigorosamente da antiche tradizioni familiari e religiose, che contribuiscono in maniera rilevante al successo di ogni operazione intrapresa. Via via che aumenta il potere della famiglia, si slabbra l’intesa fra i suoi componenti, sempre più distratti da varie forme di potere, fino a quello politico che intende sublimare l’interesse economico a una forma di impegno sociale, ma che rimane ai margini del comportamento e si rivela anch’esso uno strumento di autovalorizzazione.

E’ una grande epopea quella che emerge dal testo narrativo di Massini, non privo, già di suo, di venature ironiche, di metafore e allegorie che rendono meno aspro il terreno dimostrativo. Ronconi lo ha reso fluido e ricco di caratteri umani attraverso gli attori e la loro capacità di rivestire le ambizioni, i tic, le manie, le debolezze dei protagonisti in un percorso che si sviluppa attraverso più di un secolo. Circa cinque ore sviluppa lo spettacolo, che si compone di una prima parte – Tre fratelli – e di una seconda – Padri e figli -, fino alla conclusione.

Stefano Massini si è posto il compito di descrivere che cosa abbia portato alla creazione di una banca – Lehman appunto -, attraverso le varie fasi in cui tre fratelli di una povera famiglia ebrea arrivata in America dalla Baviera siano riusciti, attraverso successive generazioni, mediante una escalation sociale, a diventare padroni dei mezzi di maggior rilievo nell’economia della nazione, arrivando a gestire le ferrovie e addirittura gli aerei per raccordare i vari stati americani. E come questa banca, dopo periodi di potenza non intaccata neanche dalle guerre mondiali e dalle crisi che hanno azzerato patrimoni inestimabili, sia anch’essa collassata per il nuovo tipo di investimenti finanziari, i famosi “mutui subprime” di nefasta attualità. La Lehman diventa, nel contesto drammaturgico, l’esempio di un generalizzato andamento bancario di portata mondiale.

Il collasso della banca è anche, in chiave di metafora, il collasso di una famiglia ormai inesistente, moralmente svanita e preda di nuovi “mostri” ben più agguerriti nell’impadronirsi del potere.

Un’impresa, quella di Ronconi sul testo di Massini, forse irripetibile. Perché il prezzo pagato per rendere chiaro l’assunto politico-economico-sociale del racconto è piuttosto alto: prima di tutto per gli attori che, finché si trovano davanti un personaggio, lo vivono con precisione e intensità; quando devono piegare questo personaggio allo scorrere dei decenni e alle varie vicende del percorso, rischiano la caratterizzazione, la caduta nella dimostrazione perché la vicenda lunga e complessa e difficile da tenere a bada proceda avanti nei decenni. E la tragedia che si vorrebbe avvertire, in  tutto questo sfascio di esistenze, di affetti familiari, di distruzione di ricchezze raggiunte anche con fatica e lavoro, la tragedia non la si avverte.

La tragedia forse è la mancanza di tragedia, l’indifferenza in cui ogni sogno, buono o malvagio che sia, si infrange e si dilegua nel mondo impietoso della finanza globale.

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