LEI E LEI

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di Giampiero Cicciò

con Giampiero Cicciò e Federica De Cola

scene e costumi Francesca Cannavò

collaborazione alla drammaturgia/elaborazione musicale Fausto Cicciò

disegno luci Renzo Di Chio

regia Giampiero Cicciò

produzione E.A.R.T. Teatro di Messina

Roma, Teatro Lospazio

 

Maricla Boggio

E’ uno spettacolo singolare quello che con una formula di totale creatività personale Giampiero Cicciò ha realizzato affidando a una Drag Queen una visione del mondo attuale, visto in chiave di metafora attraverso un personaggio che può permettersi di dire quello che  vuole, dal momento che non teme ricatti da nessuno essendo arrivato a una sorta di incantata capacità di dire tutto senza remore o condizionamenti, in qualche modo “vedendo” come un moderno Edipo, avendo sacrificato di appartenere a una società di convenienze e ipocrisie e potendo quindi permettersi di dire tutta – o quasi – la verità.

Appare in scena – quattro panchine bianche, uno sfondo nero su cui brillano puntini di luce ( è la città, lontana e anonima) – ed è subito dialogo con il pubblico.

La svettante Drag Queen dai tacchi vertiginosi negli stivali di vernice nera, una rossa gonnellina microscopica e tanto trucco sotto la vaporosa parrucca platinata, comincia il suo racconto di vita in diretta come se a parlare con gli spettatori ci stesse da un pezzo. E intanto, seminascosta dal piano di una panchina, una sorta di grigio ammasso di indumenti lascia indovinare una giovane donna ubriaca, che la Drag noterà dopo il tempo sufficiente per averci potuto raccontare di Lei e delle sue marchette, dei suoi clienti e dei suoi sogni di un’esistenza da diva frustrati da una scarsa bellezza e dalle circostanze avverse.

E’ un torrente di parole a uscire dalla bocca della Drag carica di sesso e ostinazione vitale quello che investe gli spettatori; ma non le solite lamentazioni da soggetto emarginato, bensì un insieme di riflessioni poetiche, di ribellioni all’ingiustizia, di volontà di vivere comunque, ricercando nel più profondo dello sconforto qualcosa per cui valga la pena di resistere e di proseguire. E, trattandosi della notte di Natale, in una squallida piazza messinese, sporca e inospitale – a parte il nome di quel Felice Cavallotti su cui la Drag ironizza circa l’unica felicità del luogo – l’impatto dello spettacolo è forte, un vero pugno nello stomaco che porta alla risata e insieme a una compassione mista di simpatia e di riflessione critica su quel mondo di apparenza da favola e di contrita umanità.

E’ poi soprattutto il modo in cui tiene testa alla rappresentazione Giampiero Cicciò, autore, regista e interprete, a distanziarla dai tanti racconti en travesti che popolano il teatro. E’ una sorta di cifra brechtiana, che attinge anche al kabarett, ma immerge il tutto in una passionalità dirompente di segno naturalistico, che perfino i costumi estrosi ed esagerati usa a simbolo di una perturbante personalità.

Questa lunga confessione si tinge poi di metafore e di allusioni a sorpresa grazie all’intervento della seconda  Lei, quell’ammasso di indumenti che si rivela poi una ragazzina traviata dalla violenza di un giovane senza scrupoli, mandata a battere dalla capitale dove le prostitute possono ancora fare affari essendo poche. Il contrasto fra le due personalità mette in luce due diversi modi di concepire l’esistenza, che dopo varie vicende – dopo la notte di Natale ci sarà il Capodanno, e poi l’Epifania – finiranno per coincidere, nell’accettazione di un destino al cui negativo occorre rassegnarsi, cercando di aiutarsi a vicenda. Ancora complesso, prima della conclusione, lo sviluppo della storia di questa seconda Lei costretta a battere, educata a una femminilità in bilico fra il banale e il poetico da parte della Drag, convinta poi a tentare la strada sognata, dell’attrice -  significativo il provino che si conclude con una bella prova di tango da parte della sensibile Federica De Cola – e a ritornare sulla strada, questa volta con la consolazione di avere  un’amica che non solo non le è rivale, ma la consiglia e la protegge in uno scoperto sentimento materno. E in questo disincanto finale sta un messaggio di saggezza, e un invito a continuare a vivere nonostante tutto. Un pubblico attento a cogliere i vari significati dello spettacolo, complice e connivente con il trascinante Cicciò ha infine premiato gli interpreti con lunghi e calorosi applausi.

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