L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

di Oscar Wilde
traduzione di Masolino D’Amico
proiezione scenica Teresa Emanuele
Costumi Adele Bargilli
musiche Matteo D’Amico
luci Luigi Ascione
spazio scenico e regia Geppy Gleijeses
con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Lucia Poli, Renata Zamengo, Orazio Stracuzzi, Valeria Contadino, Giordana Morandini, Luciano D’Amico
Roma, Teatro Quirino
25 febbraio 2014

Maricla Boggio
Commedia fuori dal tempo, perché meccanismo perfetto costruito con razionalità geniale e sotterranea dolorosa consapevolezza di appartenere a una società che in quella commedia si rispecchia, inconsapevole dei suoi difetti e divertita di essi come se non le appartenessero, questa “Importanza” fu certo il capolavoro di Oscar Wilde che a quella società apparteneva, pur discostandosene e da essa venendo espulso. Nobili origini e comportamenti aristocratici, sdoppiamenti di comodo e matrimoni all’insegna del bon ton e della ricchezza, ma soprattutto sul capriccio di un nome che si rivelerà legato al destino, per il colpo finale, dell’agnizione di greca memoria, qui rivelato alla fine per rimediare l’anello mancante, dell’origine nobiliare, del protagonista, che da sconosciuto infante trovato in una vecchia borsa depositata a Victoria Station – quanto di più plebeo non si può – per sorprendenti coincidenze viene riconosciuto come erede di una famiglia più che titolata, per di più raddoppiando nella parentela una sintonica amicizia.
Rivelare la trama e i marchingegni per giungere al finale sarebbe arduo e inutile per chi conosce la commedia e dannoso per chi andrà a vederla. Va detto che Geppy Gleijeses con indomito coraggio ha affrontato, dopo tredici anni dalla prima sua messa in scena questo testo, offrendolo con fedeltà agli spettatori, e diversamente non avrebbe potuto fare, a rischio di danneggiare il finissimo intreccio inventato da Wilde. Il quale stava per essere incarcerato quando la commedia, nel 1895, andò in scena con strepitoso successo a Londra. Amarezza di un autore che facendosi beffe con insuperabile stile di quella società che lo condannava, l’amava nel contempo rappresentandola con le sue pecche ma anche con i suoi personaggi di cui non poteva non essere innamorato. Novità della regia di Gleijeses è l’aver offerto a Marianella Bargilli il personaggio di Algernon, il giovane amico del protagonista da lui interpretato, in cui adombra con malizia il giovane amico di cui l’autore era innamorato: la Bargilli lo impersona con grazia e charme a cui andrebbe aggiunta in seguito più forza nella voce.
Interpretare in italiano una commedia inglese è sempre un’impresa difficile, anche se la traduzione, come questa di Masolino D’Amico, è impeccabile nel riuscire perfino a inventare quei giochi di parole tanto care a Wilde. Ma è il modo con cui gli inglesi porgono le loro arguzie velenose, l’imperturbabilità con cui pronunciano aforismi e apparenti banalità sotto cui si cela l’artiglio distruttivo, sono forme che risultano difficili nella nostra lingua e anche nel nostro modo di recitare in teatro. Proprio D’Amico, facendo riferimento alle didascalie, ricorda come l’autore volesse che gli attori si scambiassero le battute con perfetta naturalezza, senza mostrare di ritenerle spiritose e senza tentare di giustificarle caratterizzandosi come eccentrici. E’ questo modo di superare con eleganza i momenti di maggior picco a determinarne l’umorismo. Fra gli attori, anche se si tratta di due ruoli piccini, Orazio Stracuzzi nei due maggiordomi che gli toccano mantiene quel tono di assoluta ovvietà di fronte alle richieste più assurde dei suoi padroni, che qualche decennio più tardi farà emergere da personaggi di questo livello sociale la ribellione e la novità. L’esagerazione e la sottolineatura danneggiano quello che l’autore ha inteso costruire con leggerezza. E in qualche momento Gleijeses eccede per amore del suo pubblico che lo premia con applausi e risate. L’abito a lutto tale da parer un cocchiere di carro funebre fine Ottocento è una caduta di stile, anche se fa ridere; ma anche certi toni molto insistiti della famosa lady Bracknell a voler far comprendere al pubblico ciò che già le parole rendono evidente: Lucia Poli si presenta personaggio con la sua autorità di attrice, senza dover esagerare, essendo subito nel ruolo, ma certo se per Wilde impersonava la Regina Vittoria, a noi il personaggio non suggerisce nient’altro che una nobildonna molto autoreferenziale, e si giustifica in parte l’eccesso dei toni. Così per la miss Prism “dea ex machina” di Renata Zamengo a cui va il non facile personaggio in bilico fra rigidità di istitutrice e sensuale pretendente di un curato – Luciano D’Amico – in vena di smancerie. Belli e curiosi i costumi, ma quei cappelli! perché rendere ridicole delle signore senz’altro consapevoli di che cos’è elegante e che cosa no? I toni delle due ragazze – Valerie Contadino e Giordana Morandini – sono i più naturali della commedia. Gli eccessi rappresentano marginalità che riteniamo Gleijeses potrebbe limare, rendendo anche più leggibile in chiave critica quello che emerge già in chiave comica. E va detto che di questi tempi un teatro che metta in scena una bella commedia senza distruggerla con ideuzze, e mantenendo tutta quanta la compagine degli attori non può che essere da elogiare.

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