L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA… E NON SOLO

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di Luigi Pirandello

adattamento Gabriele Lavia

con Gabriele Lavia

e

Michele Demaria, Barbara Alesse

scene Alessandro Camera

costumi Elena Bianchini

musiche Giordano Corapi

luci Michelangelo Vitullo

regista assistente Simone Faloppa

regia Gabriele Lavia

Fondazione Teatro della Toscana Teatro stabile di Genova

Roma, Teatro Quirino, 12 dicembre 2016

Maricla Boggio

Di questo “L’uomo dal fiore in bocca” Gabriele Lavia ha fatto una biografia intellettuale, con qualche riferimento reale. Anziché lo squallido “caffè che non chiude mai”, una vasta “sala d’aspetto” che richiama il finto gotico della stazione di Porta Nuova, a Torino: non è da qui che Gabriele è partito per il suo viaggio nel mondo?

Durante questo percorso esistenziale e artistico, si è incontrato – e scontrato – con innumerevoli esperienze, di vita e teatrali; in esse Pirandello è stato un punto centrale da approfondire attraverso numerosi testi, talvolta da esaminare con una lente di ingrandimento: da Gabriele “Non si sa come” ne ebbe proprio una in scena, grande occhio della coscienza – , mentre scorazzando avanti e indietro andava rendendosi conto che non era tanto lo spessore narrativo di un testo a segnarne la profondità, quanto pur brevi notazioni che fanno scattare una folgorazione, sulla vita e sulla morte, come in questo sintetico assunto che si sviluppa nel nitido, all’origine, atto unico dell’autore siciliano. E di siciliano emerge, in Gabriele, l’origine pur immersa nella capitale piemontese, ma ben infrattata e in veglia dentro di lui, in modo che quando scatta la disperazione di un personaggio destinato a morire nella consapevolezza del tempo esiguo e prevedibile, scoppia il canto di antiche canzoni sicule che parlano di vita e di morte, di amori e di assassinii, così da offrire di una tragedia l’immagine musicale, come nelle antiche tragedie.

Raccontare la trama non è importante, consigliando agli ignoranti di andarsela a leggere. Certo è emozionante come tutto torni, di Pirandello, quando Lavia trova l’origine, non solo del dramma, in una novella – “La morte addosso” – , ma quando nelle pieghe delle battute a monologo e in dialogo con l’Uomo Pacifico che ha perso il  treno e che si trova in una stazione anziché nello squallido caffè che “ non chiude mai”, Lavia inserisce di soppiatto nelle battute poche frasi di due novelle di Pirandello – “Acqua amara” e “Il marito di mia moglie” -, dove il senso per niente nascosto è il tradimento della donna,  l’irriducibile contrasto fra i sessi e l’insinuarsi della morte ravvicinata nel tempo dalla consapevolezza di un momento previsto, momento che dilata ed evidenzia le potenzialità del tradimento.

E’ quindi una riscrittura drammaturgica, fedele all’originale ma insieme nuova, dove l’ingrandimento della lente comincia dal suono – il rumore assordante e impaurente di un treno di allora, a carbone, col fischio e il cigolare urlante delle ruote -, si fa spazio immenso e triste – a quale landa desolata appartiene questa “sala d’aspetto” deserta e fredda, dove i tuoni si mescolano allo stridìo della locomotiva genere Spielberg, ingigantendo la solitudine, in modo che la disperazione umana si faccia immagine e rumore. Anche l’Avventore è dilatato, nella necessità di farne un referente possibile: dilatata la sua storia di infelice marito, dilatati i suoi acquisti indotti da una incombente consorte e da altre presenze femminili – figlie, sorelle… -, maledizioni inevitabili dell’esistenza coniugale e borghese. Così come quella donna che dietro alla vetrata appannata, nel turbine del temporale perenne, passa e ripassa guatando l’Uomo con un’espressione indefinibile, da Gioconda,  se pietosa o rapace, se sprezzante o determinata a sacrificarsi, come sa l’Uomo, che la evita restando fuori casa e al tempo stesso, forse, l’ama disperatamente, per quel suo volersi immolare a lui, nel volerne ricevere il male con un bacio dove un graffio riunirà la sana al malato.

Nell’insistenza e nella ripetitività come condanna esistenziale  si adombra la cifra di questo spettacolo che rimane impresso attraverso le parole, la dimensione, i suoni, come una metafora del proprio vissuto su cui non si può non riflettere.

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