MACADAMIA NUT BRITTLE


di RICCI/FORTE

con Anna Gualdo, Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis,  Giuseppe Sartori

movimenti Marco Angelilli

direzione tecnica Diego Labonia

regia Stefano Ricci

produzione ricci/forte

collaborazione con Festival Garofano Verde

Roma, Teatro Palladium, 27 – 29 aprile

Tre ragazzi e una ragazza dai volti puliti; mai un dialogo fra loro, soltanto frasi, pensieri che si susseguono intrecciandosi nelle identità analoghe in un mondo livellato alla ricerca di un dialogo impossibile. Raccontano di loro esperienze di sesso, di sentimenti, di scelte; tutto si svolge come in una perfetta macchina automatica priva di emozioni. Le emozioni le provano gli spettatori di fronte a questo spettacolo che racconta dell’oggi e della sua disperazione con una scelta espressiva che sorprende e funziona. Da anni i quattro lavorano insieme ai testi di Stefano Ricci  – anche regista – e Gianni Forte.

“Macadamia Nut Brittle” – i nomi appartengono a tre dei personaggi – coinvolge in pieno attraverso una serie ininterrotta di momenti di vita, nei quali la personalità dei due autori, fortemente fusa, è condivisa dagli attori che la fanno propria vivendola, soffrendola, divertendocisi e divertendo.

Gli attori sono personaggi-chiave di un’esistenza di ragazzi travolti da una società dai valori umiliati a finzioni gratificanti. In un coacervo di situazioni-limite si manifesta il disagio del vivere, ma anche una violenta reazione all’ovvio attraverso l’esibizione dell’ovvio, del banale, della solitudine disperata, dell’amore frustrato e venduto in forme sostitutive, in una infinita giustapposizione di sensazioni acutizzate da una sonorità al limite della sopportazione e da una ipervisibilità distorta dietro una apparente gradevolezza.

Qualche accenno. Tre ragazzi e una ragazza. Eseguono scrupolosamente un normale imbarco in un aereo come istruttori di volo: i quattro  ripetono in coro monotonamente le indicazioni,  accompagnati da una musica accattivante. Poco dopo, cambio di situazione: scoppiano tensioni estreme. “Facciamo finta che mi vuoi bene”, dice un ragazzo ad un altro, lo bacia e questo lo  ricambia con passione. La ragazza sprizza una gioia estatica, da telenovela; proclama il suo amore infinito ad un ragazzo; mentre quello le lega braccia e gambe, la tortura pizzicandola con mollette da bucato, le impedisce di parlare con dello scotch sulla bocca: imperterrita, lei procede nel suo vaniloquio adorante; il ragazzo prosegue nell’impacchettamento della ragazza con serietà professionale, come se si trattasse di legare un tappeto da riporre o di un grosso salame da insaccare: ma lei non smette di proclamare il suo amore con sempre più convinta convinzione. Questa sensazione di reificazione e insieme di sopportazione di ogni angoscia in nome di una agognata felicità è esibita più volte. Ricorda, nel caso descritto, il clima di “Happy Days” di Beckett, l’indomata insistenza della protagonista nel proclamare la felicità della sua vita miserabile. Ma qui si tratta di giovani all’inizio della vita, truffati da subito.

Qualche altro esempio, difficile da descrivere solo con parole. I quattro siedono uno accanto all’altro, ciascuno tenendo fra le mani una coppetta di gelato ed un cucchiaino di plastica. Succhiano golosamente, felici nell’espressione dei volti incantati. La solitudine si palesa gigantesca attraverso la descrizione di uno dei ragazzi davanti al computer, intento a chattare mentre si masturba. L’incontro casuale con un altro chattante alla ricerca di compagnia è motivo di effimera gioia. L’”altro” arriva in un attimo – è la fantasia a rendere tutto facile e leggendario -; l’incontro si prospetta festoso e promettente sul piano erotico. Seguono descrizioni grottesche di un rapporto sessuale; i quattro si alternano nel racconto, che diventa una vera e propria battaglia di sessi dove lo squallore  si trasforma in comicità; sia che si tratti di due maschi o di un ragazzo e della ragazza non fa differenza, tutto è frenetica voglia di consumare e illusoriamente di “essere”. La ricaduta nel baratro della depressione ritorna appena il fantomatico compagno di eros si allontana.

Altra scena: i quattro si intrecciano in un complesso gioco di posizioni erotiche in cui ciascuno si attacca ad un altro nelle maniere più impensate, ricercando con metodo  in qual modo procurarsi piacere: non esiste la persona, ma l’arto, la bocca, il sesso, il sedere, la vagina, perfino la scarpa su cui appuntare la propria inesausta voglia, sempre insoddisfatta perché abbassata a fisicità, ad atroce degradazione dell’amore. Il dramma è nel non-dramma.

Questa smania di godere, di sentirsi vivi e arricchiti da compagnie che avvalorino il desiderio di essere riconosciuti informa di sé l’intero spettacolo. Una smania alimentata dai falsi miti dell’oggi, che si consumano senza lasciar traccia, lasciando spazio ad altri ancora più tristi e deludenti. Una svariata sequela di battute illustra il mondo non-mondo della quotidianità invasa dai mass media, dalle reclamizzazioni di generi ultra-necessari e altrettanto inutili, avvalorati da marche di generale conoscenza e da modi di esprimersi – specie legati agli sms dei cellulari – che popolano il mondo dei giovani. Ma questo universo giovanile deluso dagli adulti nona imputa sempre ad essi il suo  fallimento; una pallida parvenza di amore emerge quasi strappato dal profondo di una sensibilità che pareva cancellata. E’ struggente, in questa galleria di provocazioni, il monologo di un ragazzo che rievoca la madre morente, a cui si sente legato come mai a nessun’altra donna potrà essere; la madre resterà l’unica donna che lui abbia amato in vita sua. Come l’osservazione del mondo circostante e delle sue  magagne informa di sé l’intero tessuto drammaturgico realizzato dagli autori, così anche questo rimpianto e questa dichiarazione d’amore alla madre appartiene autenticamente a loro, che ne rivelano l’origine reale in una bella intervista di Andrea Porcheddu avvenuta poco dopo la realizzazione dello spettacolo, in scena dal 2010.

Un momento di massima drammaticità in un contesto di apparente allegria e sofferenza insieme è rappresentato dall’arrivo del gigantesco Coniglio impersonato da uno degli interpreti.  I ragazzi poco prima hanno detto “Ho mangiato qualcosa che camminava…” e altre battute simili, che riportano a quella violenza di fondo che circola ignorata nella società. Bonario e gentile, l’animale cammina ignaro sulla scena, finché uno dei ragazzi comincia a tagliargli le mani, aiutato dagli altri; la bestiola urla per il dolore, ma i carnefici procedono imperterriti fino a scuoiarlo del tutto, staccandogli la pelle e lasciandolo, come un coniglio da macello, rossastro e lucido sul pavimento; la testa sarà l’ultima loro operazione, mentre, liberato dal costume, il ragazzo giace immoto sul pavimento. Assai più che le scene anni fa presentate da qualche compagnia, di animali  uccisi in scena, questo finto sacrificio si pone con forte valenza drammaturgica nella sua crudeltà dimostrativa. Vittima sacrificale e capro espiatorio di una società che ha smarrito il rispetto degli esseri viventi, oltre al sacrificio che suggerisce, il Coniglio richiama guerre e massacri, torture e insensibilità planetarie.

La visione drammatica di un mondo in decomposizione si accresce nella tranche in cui i tre ragazzi seminudi danzano cantando una giulebbosa conzoncina americana, di quelle che si usavano per il compleanno di JFK. Le mossette, le vocette zuccherine non smettono di invadere la scena anche quando la ragazza in tuta bianca da tecnico biochimico non li irrora di sangue con una pompa da agricoltore. La sua apparizione echeggia una Morte non più con la falce, ma con un rassicurante aspetto di lavoratore. Il canto dei tre insanguinati come Cristi prosegue nella sua esternazione di soddisfatta felicità, e dietro ci puoi vedere l’America del Vietnam e dell’Afganistan, l’Africa e le stragi dei cristiani, i palestinesi e gli ebrei che si massacrano e quanto ti appare del nostro ottuso trionfalismo umano. Finché piccole capanne dai disegni fiabeschi alla Walt Disney non offrono ai quattro un rifugio protettivo: indossando le maschere dei Simpson, esempio massimo di questo mondo di effimere certezze consolatorie, tutto si stempera nella serenità quieta di una notte che pian piano si fa buio perfetto.

Sotto la mano ferma di Stefano Ricci i quattro attori – Anna Gualdo, Fabio Gomiero, Andrea Pizzalis,  Giuseppe Sartori – danno una perfetta dimostrazione attorale, che trasforma testo e parola attraverso il movimento e le espressioni; difficile pensare, come qualcuno ha tentato, di mettere in scena con altri registi ed attori questo testo-non-solo-testo.

Stefano Ricci e Gianni Forte, da anni insieme a lavorare a questo gioco serissimo, vogliono rendere chi assiste ai loro spettacoli consapevole delle immense crudeltà del mondo attuale, e della mancanza di amore che lo pervade.  Lo fanno con la capacità di rappresentare il loro progetto morale senza porsi come giudici, ma con l’intransigenza di chi sa di avere ragione. Nel futuro tale intransigenza potrebbe forse lasciare uno spiraglio verso la gente che rifiuta come loro i falsi miti e lavora per un mondo davvero diverso, umilmente, senza fare chiasso, magari come le loro madri rimpiante. Allora il lato mostruoso di una umanità da trasformare troverà un momento catartico.

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