MACBETH

FOTO MACBETHIMG_0770 copia

di William Shakespeare

con

Giacinto Palmarini

Melania Giglio

Carlo Valli

e

Luigi Bignone, Francesco Biscione, Marco Bonadei,

Simone Ciampi, Elio D’Alessandro, Martino Duane,

Gianluigi Fogacci, Giulia Galiani, Massimiliano Giovanetti,

Francesco Iaia, Francesca Mària, Matteo Milani,

Marta Nuti, Silvia Pietta, Mauro Santopietro

regia di Daniele Salvo

scene di Fabiana Di Marco

costumi di Daniele Gelsi

musiche di Marco Podda

luci di Umile Vainieri

Roma, Globe Theatre

15 settembre 2017

Maricla Boggio

Il regista Daniele Salvo mette a fuoco fin dalla prima immagine del suo spettacolo l’evolversi del desiderio di potere nell’animo umano, sollecitato da una forza oscura che trasforma in male ciò che era bene.

Il campo di battaglia disseminato di morti che concluderà la tragedia si mostra già all’inizio, come un monito a conoscere da subito la conclusione dell’evolversi degli avvenimenti, che porta al trionfo della giustizia.

Nell’oscurità trafitta da lampi e da tuoni che paiono avvertimenti di un destino incombente si sviluppa così la vicenda, come un ricordo di eventi inghiottiti dal tempo, ripresentati come fatti su cui meditare. Ogni momento di quella atroce saga rivive come se accadesse nel momento in cui si ripresenta.

Nella regia di Salvo le tre sorelle Streghe con forte evidenza figurativa richiamano riti esoterici, rappresentazioni di pensieri scaturiti da ambizioni e aspirazioni sopite: è solo Macbeth ad avvertirne la presenza, è lui stesso a crearle, ad ascoltarle e al tempo stesso a temerne e a desiderarne la realizzazione delle previsioni.

Le scene si ripresentano nel nitore di un ricordo, giustapponendosi l’un l’altra  nell’agile succedersi dei fatti, via via risolte con veloci spostamenti di leggeri elementi, a volte tavoli, a volte letti o arredi, su cui i personaggi si stagliano a testimoniare con le loro azioni e battute l’ineluttabile svilupparsi del dramma.

Ed è subito esposto, nella chiarezza di una recitazione che esalta la parola e le dà il suo significato, il gioco guizzante di un potere che come scherzando segue l’andamento di quanto suggerito dalle Streghe, e  ribaltando il racconto dell’insanguinato superstite che descrive il valore di un guerriero fedele come Cawdor, ne denuncia il tradimento nell’alleanza con il nemico, dando concretezza alla previsione delle Streghe circa l’investitura di Macbeth a quell’alto riconoscimento, che il Re Duncan gli ha attribuito.

La complessa vicenda si articola in episodi che si incastrano l’un l’altro in un intrico che il regista padroneggia guidando i suoi attori a sostenere i passaggi di un pensiero che attiene alla morale e alla riflessione sulla giustizia; niente viene lasciato all’approssimazione, ogni personaggio si staglia attraverso le battute – il personaggio “è” la battuta  –  in un carattere, in un comportamento, in una scelta di vita, per relativa che sia la sua presenza nel contesto.

La prima apparizione in scena di Lady Macbeth – Melania Giglio in stato di grazia – porta il personaggio a una doppia interpretazione attraverso la lettura della lettera che Macbeth le ha inviato, anticipando la sua presenza al castello. Può quindi presentarsi, libera da presenze altre che ne legherebbero il comportamento, nella sua natura più libera, di donna che ricava dal messaggio del marito la forza per sviluppare dal suo animo quanto vi tratteneva per impossibilità ad estrinsecare quel desiderio di potere che ora vi trova sbocco. Il raggiunto titolo di Cawdor rappresenta il via al percorso inevitabile.

La lettera riporta il messaggio delle Sorelle, e lo stupore per la realizzazione della previsione. Dove Macbeth si ferma, già stupito e pago nella sua ambizione, è l’inizio per la Lady all’escalation, di cui avverte essere pavido il marito, ma indomita lei che richiama le forze infernali a sostenerla in un progetto che andrà definendosi con il favore della notte e che per obbiettivo avrà l’assassinio di Duncan, il Re che verrà insieme alla sua corte a festeggiare la vittoria. e a insignire Macbeth del nuovo titolo.

E’ una lunga notte di Walpurga, questa che si dilata nei giorni e negli spazi. Daniele Salvo ha intinto ogni sequenza di una foscosità percorsa da suoni anticipatori del progredire delittuoso, alternandovi con sapiente intuizione momenti di chiarore e di tenerezza, che ancor più fanno risaltare la cupezza del disegno criminoso guidato senza incertezze dalla Lady: Melania Giglio è pervasa del suo personaggio come se danzasse il suo sentimento mortale e lo cantasse nelle tonalità variate delle battute,  ora acute ora graffianti, petrosità o sibili che scuotono l’imbelle Macbeth a seguirla come un automa del male: Giacinto Palmarini sviluppa un arco di molteplici atteggiamenti e tonalità nell’induzione a condividere l’azione della Lady, offrendo al suo complesso personaggio i risvolti di un’umanità che il fascino del potere trasforma esemplificandone i rischi.

Così fino alla fine, nella chiarità nebulosa in cui, col far della sera, il palcoscenico del Globe si intinge di blu e di nero, nei controluce che fumosamente fanno apparire e sparire le Streghe in atteggiamenti rituali a controllare le loro previsioni con precisa metodicità, nelle apparizioni fantasmatiche di Banquo assassinato, nelle celebrazioni di pranzi che richiamano l’”Ultima cena”, in cui viene distribuito il pane e il vino della vita cristiana, mentre una musica dall’ampia sonorità richiama funzioni sacrali.

Gli attori contribuiscono con adesione e capacità creativa al successo travolgente dello spettacolo ideato da Daniele Salvo. E’ un’eccezione che si trovi a recitare, oggi, una compagnia così folta – ventiquattro interpreti -, a cui, arrivando a trentacinque, si aggiungono i tecnici e gli altri artigiani a contribuire alla realizzazione.

Fra i tanti attori impegnati  è giusto ricordare Carlo Valli, che del Re Duncan offre una dimensione di serena bonomia, a portare in un mondo ormai corrotto un attimo ancora di leggendario tempo antico. Simone Ciampi ha rivolto i suoi interventi a un voluto contrasto con gli altri personaggi della scena, risaltando nel carattere portatore di allegria giovanile, mentre poi nel racconto finale della morte di un giovane guerriero si scatena in accenti commossi.

Gianluigi Fogacci  è con serena fermezza Madfuff, depositario del destino di Macbeth vinto dall’uomo non nato da donna.

Con presenza impositiva prima, poi con incombente ossessività fantasmatica sviluppa il suo Banquo Francesco Biscione.

Marta Nuti è una Lady Macduff materna e febbrile, e con lei giocoso e commovente Luigi Bignone nel ruolo del figlio Fleance.

Marco Bonadei esprime del suo personaggio un arco di trasformazione: dopo una violenta discussione con Banquo suo padre, in cui riconosce la necessità di rinunciare a una ininterrotta catena di vendette, si rende poi consapevole del suo ruolo di re designato, pronunciando le parole conclusive del dramma, rivolte a pacificazione e ricongiungimenti.

Va riconosciuto a Gigi Proietti di aver ideato e portato avanti con progressivo impegno l’iniziativa di questo teatro che richiama l’antico Globe londinese e che di quel teatro riprende ad ogni estate il repertorio shakespeariano.

La sala del Globe è gremita ad ogni replica nei palchi di un pubblico dalle più diverse età, mentre a riempire lo spazio in basso con disinvolta presenza sono i ragazzi accovacciati sul pavimento. Il pubblico del Globe romano si entusiasma nell’assistere ad ogni scena, tributandole un applauso convinto come momento di riflessione e di attesa all’avvenimento successivo, epicamente riflettendo sul racconto.

Teatro di parola e di fatti, questa parabola sul potere Daniele Salvo l’ha elaborata restando fedele al testo di Shakespeare e imprimendovi con autorevolezza, senza incrinare il testo, la sua interpretazione appassionata, che della verità del tema esprime tutta la modernità.

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