MARY SHELLEY

di Enrico Bernard
con Melania Fiore
Teatro Stanze Segrete
Roma, 7 gennaio 2015
Maricla Boggio

A quasi due anni dal debuto al Teatro dell’Orologio, a cui si rimanda per la narrazione della trama ( Critica Teatrale, 21 marzo 2012), questo poema firmato da Enrico Bernard in felice dimensione letterario-fantastica torna in scena in una nuova rappresentazione. Qui la rappresentazione sfrutta acutamente gli spazi di Stanze Segrete, attivando con il pubblico a pochi passi dal palcoscencio e in un tutt’uno con esso un dialogo a tratti perfino inquietante, per il coinvolgimento che ne deriva fra interprete e spettatore, ad uno ad uno immesso nella vicenda.

A differenza della volta precedente, in cui figurava la presenza in video di Arnoldo Foà, la presenza dello stesso autore e l’apporto di alcuni filmati relativi al tema più volte affrontato dalla cinematografia, qui il perno centrale della “cantata” è Melania Fiore, attrice di aspetto impositivo e di eloquio incisivo, derivando da una personalità a più sfaccettature tra cui la scrittura drammaturgica – ha avuto quest’anno il Premio Calcante per il suo testo “L’amore in guerra” – , che ricava dal testo bernardiano quella sostanziale essenza evocativa del personaggio di Mary Shelley che ne rivela la particolare natura, di autrice a cui non è estranea una sorta di magico destino negativo che si riflette in particolare nella sua creazione più nota, al di là delle sue composizioni poetiche, ispirate a PercY Shelley che ne fu amante e marito in mezzo a vicende complesse e tenebrose, come il suicidio della moglie e altre morti tragiche che costellarono il breve periodo in cui i due poeti vissero insieme, fino alla morte della stessa Mary ancora in giovane età.

Come una ballata tragica si snoda la narrazione di Mary-Melania che percorre le tappe della sua esistenza in cui la morte è sempre in agguato, in particolare quella dei suoi bambini di cui soltanto uno sopravvive, ma nel contempo trionfa la passione per l’amato Percy, in una dimensione libera da ogni convenzione e morale, trascinamento dei sensi ma anche in una forma di assoluta fusione intellettuale.

Nella scrittura di Bernard la creazione del mostro Frankenstein, che Mary Shelley creò quasi inconsapevolmente, pensando di ricavare da più corpi quell’essere superumano, assume i caratteri della metafora, del mostro distruttore di ogni regola, proiettato ad agire senza nessuna limitazione morale: un mostro che può presentarsi in ognuno di noi, o collettivamente, nel segno di una guerra sterminatrice. Pianto e riso, disperazione e speranza, amore e dolore si mescolano in un finale in cui Mary-Melania tiene fra le braccia il bambino piangente preso dalla culla: nell’incertezza della scena, il futuro forse può ancora salvarsi. E su questo messaggio appena intravedibile scoppia l’applauso liberatorio del pubblico fino all’ultimo in tensione immedesimata.

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