MEDEA

1. Cristina Borgogni interpreta Medea

di Antonio Tarantino

con Cristina Borgogni e Annalisa Insardà

regia di Manuel Giliberti

Roma, Teatro Lospazio, 15 marzo 2017

Maricla Boggio

I “forse” che Antonio Tarantino pone come personali riflessioni a illustrare la sua “Medea” rimangono a monte del testo, che la regia di Manuel Giliberti porta alla scena con sicura capacità di rappresentazione. Una carcerata e una carceriera, rese sorelle da una condizione metaforicamente derivante da quella dell’essere donne, sono poste una accanto all’altra, divise soltanto da un’inferriata facilmente valicabile, come facilmente esse potrebbero scambiarsi i luoghi che occupano, simili nell’angustia claustrofobica che simboleggia il mondo, mentre da immagine incisiva il letto della prigioniera si impone nei volumi e nei colori come una citazione della Venere di Giulio Paolini. E se Medea rimane pur sempre la protagonista dell’opera, erede com’è di un mito difficile da equivocare pur in chiave di moderne simbologie, anche colei che ”sorveglia e punisce” prende corpo proprio in quest’”oggi” che prigioni, torture e schiavitù  rendono quanto mai eredi della tragedia antica.

Giliberti ha potuto contare sulla duttile disponibilità interpretativa di Cristina Borgogni, che entra nel testo con sottile sensibilità, facendo scoprire di questa donna frantumata e offesa emozioni sottese alla sua presente condizione, che richiamano un passato di sofferenze ma anche di personali colpe, delitti, violenze, tradimenti. La carceriera non è da meno nell’evocazione di sofferenze a cui non ha potuto sottrarsi, provocatrice nel tono e derisoria nei confronti di quel mondo maschile che l’ha confinata a quel ruolo, unica sua arma, essendo esponente di una cultura subalterna, mentre la prigioniera può soffrire di più raffinate crudeltà e torturarsi in ricordi veri o elaborati nella chiusura della sua cella.

C’è un momento di particolare sensibilità quando, di fronte a questa Medea svilita stesa a terra preda di una lamentazione che pare avvicinarla alla morte, la carceriera supera col braccio l’inferriata e sporge alla sofferente un boccale colmo d’acqua. E c’è un momento di particolare pathos quando Medea esce fuori dalla cella superando l’inferriata: potrebbe uscire e la carceriera non glielo impedisce, ma poi ricade inerte nello spazio della prigione, è un gesto significativo che richiama una beckettiana impotenza, un luogo-non-luogo dove Godot non arriverà mai.

Un po’ compiaciuto per certi temi introdotti senza consistenti modalità, il testo potrebbe imporsi  con maggiore coerenza espressiva attraverso una qualche asciugatura, ma la resa drammatica si impone attraverso il lavoro congiunto del regista e delle sue attrici.

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