MEMORIE DI ADRIANO

Albertazzi 2 con scaparro baciam

di MARGUERITE YOURCENAR

riduzione di Jean Launay

regia di Maurizio Scaparro

protagonista Giorgio Albertazzi

Roma, teatro Ghione, 28 gennaio 2016-01-29

Maricla Boggio

E’ stato un lungo dialogo con gli spettatori quello che Giorgio Albertazzi ha creato ieri sera dal palcoscenico del teatro Ghione. Un dialogo sulla vita e sulla morte, sul potere e sull’amore, sulla fragilità degli esseri umani e sulla riflessione di quanto abbia senso in quel breve attimo che è l’esistenza.

Maurizio Scaparro fin dal 1989 ha realizzato questo spettacolo, voluto non solo a fini teatrali, ma come percorso esistenziale, momento inevitabile per ripensare al proprio operato che, in metafora, attraverso il personaggio dell’imperatore Adriano raccontato e ripensato da Marguerite Yourcenar, riguarda ciascuno di noi nell’ambito del suo agire e delle sue scelte esistenziali.

Numerose le edizioni attraverso cui lo spettacolo si è proposto al pubblico a partire dal 1989, dove i luoghi della rappresentazione di volta in volta hanno offerto suggestioni dalle differenti sfumature, dalla Villa Adriana a Tivoli, al teatro Argentina di Roma, ad altri innumerevoli luoghi teatrali in varie città d’Italia, pur restando fedeli all’impostazione di fondo.

Ho visto questo spettacolo più volte, nel corso degli anni, E ogni volta vi rilevavo differenze tonali, riflessioni più marcate o appena suggerite per arrivare a un altro passaggio, considerato di più intensa presa in quel momento. La sensibilità di Maurizio Scaparro guidava  l’andamento complessivo, in sintonia con l’intuizione di Albertazzi a far emergere quel pensiero o quel fatto.

Ricordo una baldanza ricca di autocompiacimento nelle rappresentazioni più lontane. La gioia del comando, la sfida per raggiungerlo e la dolcezza unita a una forza maschia di possesso animava quegli spettacolo, dove il giovane Antinoo stava al centro di un lungo racconto di Adriano, dapprima esaltante e poi rassegnato.

La temperie di oggi è ancora diversa. Albertazzi ha prosciugato la sua narrazione, immergendola in un tono evocativo che gli si è depositata dentro attraverso anni di esperienza, di consapevolezza della fragilità delle ambizioni e dei trionfi. Il racconto parte pur sempre dai primi passi del giovane ambizioso in crescita attraverso i casi, gli incontri, le personali capacità, ma fin da quei momenti di giovinezza e vigore, di spavalda volontà di affermazione un velo di saggia consapevolezza muta il discorso arricchendolo di un significato testimoniale, scevro da superbie e perfino da sofferenze: è il tono di una confessione da parte di chi è giunto al momento definitivo dell’esistenza. Non la morte, non il testamento, ma un pensiero nitido, purificato, nel quale accogliere anche l’anima di chi ascolta e non può che riconoscervisi, in metafora ma anche in una realtà che essendo umana è condivisa.

Sul palcoscenico spoglio, soltanto un sedile con un sottile muretto costituiva simbolicamente il palazzo e le imperiali architetture romane.  Albertazzi parlava agli spettatori, creando un contatto che aboliva la divisione dalla scena alla platea, e pareva guardare ad uno ad uno chi lo stava ascoltando, in un silenzio sospeso e attento, ma più che attento, sensibile ad ogni mutare di riflessione, e di emozione.

Via via l’Attore si faceva sempre più intenso, mai forzando la voce tranne che in quegli attimi in cui richiamava momenti guerreschi o cerimoniali. Pochi attori di impeccabile adesione alle varie parti lo attorniavano di volta in volta evocando la gioventù spagnola, le battaglie cruente, il raggiungimento del trono, i momenti privati dove più si rivelava la natura sensibile dell’uomo. Suoni elementari sottolineavano questa sorta di pubblica confessione, dai tamburi alla voce antica di una sorta di gigantesca sacerdotessa, alla solennità dell’imperatrice moglie di Traiano. Soltanto Antinoo non venne chiamato in immagine, e Scaparro fece bene, perché le parole lascisrono libertà a evocarlo nel suo mistero.

Alla fine, dopo un silenzio sospeso, l’applauso liberò gli animi da quella sorta di incantesimo, e continuando  e aumentando impose a tutti, con un entusiasmo ormai dimenticato in teatro, ad alzarsi in piedi davanti al Grande Vecchio. Perfino meravigliato, Albertazzi con un gesto fece smettere gli applausi. E disse poche frasi, che parvero proseguire il racconto di Adriano. Che la vita è labile e breve – non ricordo le parole, ma il senso era questo – , che non contano le cariche e gli onori, ma il senso, il sentimento; che le armi non servono alla pace ma soltanto a chi le fabbrica.

E sollecitato da attori e spettatori per fugarne la ritrosia, finalmente anche Maurizio Scaparro entrò in scena, prese la mano di Albertazzi e gliela baciò. Veramente un evento, quello di ieri sera. E una festa per il teatro.

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