MEMORIE DI ADRIANO

di Marguerite Yourcenar

Riduzione di Jean Launay

Protagonista Giorgio Albertazzi

Regia di Maurizio Scaparro

 

Con Gianfranco Barra, Maria Letizia Gorga, Saverio Cavaliere, Fulvio Barigelli,  Giulia Tomaselli, acrobati Claudia Ciannarella e Andrea Frau, percussioni Armando Scimmeri

Giacomo Luci nel ruolo di Antinoo

Scene di Roberto Francia

Costumi della sartoria Farani

Coreografie Eric Vu An

Produzione Laura Tibaldi De Filippo

Roma, Teatro Parioli, dal 19 febbraio

 

Maricla Boggio

Questo “Memorie di Adriano” è una pura immersione dell’anima nella propria capacità di guardare dentro se stessi.

Un quarto di secolo è volato da quando Maurizio Scaparro ha messo in scena lo spettacolo con l’intuizione di toccare un personaggio di rilevanza superiore a una dimensione teatrale. Adriano imperatore romano intento a ripercorrere la vita ormai trascorsa in un preludio alla morte risente di filosofia e di un certo precristianesimo, rimasto laico.

Marguerite Yourcenar ha ispirato lo spettacolo attraverso il suo libro di “memorie” che superando il dato storico si fa diario poetico, certamente del personaggio realmente esistito i cui dati vengono rispettati con esattezza storica, ma anche insinuando nei suoi pensieri un filo rosso della vita per illusioni, amori, ambizioni, deliri e quant’altro a livelli differenti e in differenti epoche possano svilupparsi nel corso del privato e del pubblico di ciascuno di noi.

Seguendo di quel filo un possibile percorso, Scaparro si è mantenuto affiancato a Giorgio Albertazzi  per il quale aveva ideato lo spettacolo, sfiorando – in alcuni momenti fondamentali – quei picchi di sentimenti privati e di momenti pubblici che fanno del protagonista un emblematico rappresentante umano. Giorgio Albertazzi, che negli ultimi decenni della sua vita già piena ha zigzagato nel terreno della letteratura e del teatro imprimendovi in maniera del tutto personale la sua cifra espressiva, qui si veste dei panni di Adriano con umiltà sommessa, con devota mestizia: un uomo che si protende alla fonte della sua esistenza e la reinventa attraverso la riflessione memore.

Nella sua regia Scaparro ha adeguato ai tempi lo spettacolo, mantenendovi l’originale struttura e soprattutto il senso di una meditazione esistenziale che si offre a chi vi sappia attingere mediante un’attenzione al proprio vissuto.

La prima edizione di queste “memorie” ebbe a cornice la Villa di Adriano, a Tivoli,  luogo ideale per far rivivere il suo trionfante creatore. Colonnati svettanti in prospettiva, ampie vasche lucenti di acque dal sommesso chioccolio furono vivente spazio di un evento di cui si parlò a lungo, unito agli elementi scenici che Roberto Francia, splendido scenografo purtroppo scomparso troppo presto, vi aveva inserito con purezza di linee. In quella rivisitazione degli anni adrianei il giovinetto Antinoo amato dall’imperatore – nella prima edizione interpretato da Eric Vu An di cui è stata qui ripresa la coreografia – immergeva gli spettatori in una dimensione della impalpabile consistenza dei sogni, fino al traguardo di una morte precoce, destino di ogni sublime passione, scomparendo nel buio inghiottito dal trascorrere dei secoli, in una immortalità che solo la parola può offrire.

Con gli anni lo spettacolo è stato rimesso in scena più volte. Ho assistito a varie sue edizioni, in cui era sempre Giorgio Albertazzi a dare voce e gesto all’antico imperatore, del cui potere niente rimaneva dopo millenni, mentre era quel suo riflettere sugli eventi e su di sé ad arrivare intatto fino a noi. Scaparro ha mantenuto il disegno della rappresentazione qual era: ma, come il pittore che sa bene come dipingere le foglie di un albero o i panneggi di un mantello, e però procedendo nel suo cammino di artista semplifica la sua opera e la rende essenziale, così ha reso lieve la sua regia.

La storia mantiene il suo parametro narrativo. Gli inizi difficili, l’appoggio di una donna potente, la giovinezza guerriera, la proclamazione a imperatore; e poi gli amori, che si accompagnano alle azioni così come alle riflessioni interiori che vanno facendosi più profonde man mano che si avvicina la morte, accettata come ineluttabile destino, ma anche con profonda malinconia.

A dare contrasto a questo racconto, che Albertazzi sostiene con grazia leggera e leggera volontà straniante, il contorno vivace e fortemente improntato alla forza, alla giovinezza, alla passione, e anche all’ironia buffonesca che Gianfranco Barra comunica con sagace capacità di risalto, mentre l’allegria degli acrobati e dei giovani compagni fa da sfondo alla persistente cifra evocativa.

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