MINETTI

copertinaMinetti_Herlitzka_2_foto Franco Lannino

Ritratto di un artista da vecchio

di Thomas Bernhardt

traduzione Umberto Gandini

regia Roberto Andò

con

Roberto Herlitzka

Roberto Sferzi, Verdiana Costanzo Nicolò Scarparo

Vincenzo Pasquariello Matteo Francomano

scene e luci Gianni Carluccio

costumi Gianni Carluccio Daniela Cernigliaro

suono Hubert Wewstkemper

Produzione Teatro Biondo Palermo

Teatro Argentina, Roma 24 gennaio 2017

Maricla Boggio

Singolari sovrapposizioni si trovano in questo “Minetti” firmato per la regia, con acuta sensibilità a captarne i complessi e contradditori messaggi, da Roberto Andò, attento al testo, al suo autore, al personaggio scelto e all’interprete, tre piani espressivi che appartengono alla drammaturgia, alla frequentazione di vita, alla rappresentazione, con diverse analogie. In questo testo Thomas Bernhardt ha inventato come suo personaggio principe, a simboleggiare quanto del teatro è per lui materia essenziale, un attore – Minetti – che del teatro aveva al tempo stesso devozione e orrore, sfuggendo le platee per rifugiarsi nel suo amore-odio-passione- disgusto per il teatro, ma di questo impasto misterioso vivendo nell’impossibilità di cancellarlo dalla sua esistenza.

Di parecchi anni Minetti è sopravvissuto all’autore che lo ha creato personaggio, essendo morto nel 1998 mentre Bernhardt si è spento nel 1989.

Roberto Herlitzka si è trovato ad immergersi in questo contesto vita-drammaturgia e se ne è impossessato sciogliendosi da complicate quanto inutili ricerche di fedeltà. Le parole del personaggio hanno agito in lui  liberatoriamente, sviluppandosi in quella sequela monologante di riflessioni, impeti  violenti, considerazioni amare che non soltanto del personaggio rendono la complessa contraddittorietà, quanto della materia pura dell’Attore in quanto tale, doppia natura di umanità e di invenzione drammaturgica, dove si scontrano per non risolversi mai l’odio per il pubblico da parte dell’attore ma anche il suo amore per esso, e l’odio dell’autore per l’attore, per il quale tuttavia scrive dedicandogli tutto se stesso e senza cui non esisterebbe in quanto autore. E’ il pubblico ad oscillare fra i due, ignorato o deprezzato, eppure necessario inconfessatamente all’esistenza di entrambi.

Pretesto per la lunga notte monologante, nella hall di un freddo albergo di antica tradizione, ad Ostenda, davanti a un mare grigio e gelato, mentre infuria una tempesta di neve, è l’attesa del vecchio attore Minetti per l’arrivo del direttore di un teatro che gli ha proposto di recitare “Re Lear”, da lui non più interpretato da trent’anni. Misteriosi questi tanti anni di silenzio, rinchiuso in uno sconosciuto angolo di campagna, ospite di una sorella a coltivare verdure nell’orto, e adesso di nuovo illuso dalla propria ambizione, chissà, da un rigurgito di voglia di esistere, ad accettare quell’incontro, nella notte di Capodanno, lontano dai propri luoghi di abitazione.  Girano intorno a lui inarrestabile nel dire il suo disgusto per il teatro affermandone l’inutilità, figure emblematiche di clienti intenti ad andare a una festa, ciascuno mascherato e silenzioso, tranne qualche squarcio di risa, e rumori misteriosi – Westkemper circonda la hall di questi segnali inquietanti, dal feroce ruggito della tempesta di fuori a rotolii di oggetti al traballante andare e venire di un’ascensore che rigurgita festaioli furtivi. E’ la maschera di Ensor a determinare l’interpretazione di Minetti, che quella maschera se la porta sempre con sé in una decrepita valigia, emblema forse di unica realtà vera del personaggio da lui interpretato, eccezione a salvarsi dal rifiuto da lui operato, del teatro classico.

Roberto Herlitzka possiede il personaggio con la forza di dimenticare di esserlo. Lo conduce fuori e dentro di sé – qualche volta, non sappiamo se con utile accorgimento, ma certo con chiarezza di scelta registica – la sua voce registrata sussurra qualche pensiero, per poi tornare fuori d’impulso, rivolgendosi ad una di quelle creature che lo attorniano, specie la Signora in abito rosso da sera, che prima del suo arrivo ha dichiarato che si berrà due bottiglie  di champagne da sola e poi andrà a letto: è l’unica discorso che prelude Minetti, e di fronte a lui non parlerà più nessuno veramente.

E’ scontato che il direttore del teatro non verrà, forse si è trattato di un’illusione quella di venire da parte di Minetti ad attenderlo, potrebbe essere, questa supposizione, un ulteriore motivo per offrire all’Attore uno sfogo alla sua negatività, uno scopo per arrivare a distruggersi senza più speranze.

La sostituzione della Signora in rosso con una Ragazza dallo svelto abito corto determina – quasi – in Minetti un addolcimento dettato da antichi ricordi giovanili. E alla sua domanda se ha un fidanzato e andrà a una festa, la Ragazza risponde vivace, naturale.

Quando Minetti nella consapevolezza dell’inutile attesa, sarà tutto preso dai suoi tristi pensieri, la Ragazza verrà raggiunta da un giovane che ghermendola veloce la porterà fuori dall’albergo in un abbraccio gioioso. E’ questo l’unico momento di luce che si intravede nella pièce, una sorta di concessione al pessimismo che Bernhardt si permette.

Ma già Minetti rimasto solo si troverà di sfondo, sparite le le pareti della hall – suggestiva trovata registica – il mare abbuiato di Ostenda: inghiottite una quantità di pillole – un accenno di suicidio – rimarrà fermo e impavido sotto la neve che copiosa scende su di lui.

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