MR PUNTILA E IL SUO SERVO MATTI

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di Bertolt Brecht

traduzione Ferdinando Bruni

con Ferdinando Bruni, Luciano Scarpa, Ida Marinelli, Elena Russo Arman,

Corinna Agustoni, Luca Torraca, Umberto Petranca, Nicola Stravalaci,

Matteo de Mojana, Francesca Turrini, Francesco Baldi, Carolina Cametti

musiche originali Paul Dessau

arrangiamenti Matteo de Mojana

costumi Gianluca Falaschi

luci Nando Frigerio

suono Giuseppe Marzoli

scene e regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

Teatro dell’Elfo

Roma,  Teatro Quirino, 4 aprile 2017

Maricla Boggio

Andò in scena nel 1970, con il Teatro Stabile di Torino e la regia di Aldo Trionfo, protagonisti Tino Carraro e Corrado Pani, “Puntila e il suo servo Matti” in una solida traduzione del grande germanista Nello Sàito che, autore anche lui, immise nella versione italiana una sensibilità particolare nel sottolineare i momenti comici e quelli politici. E fu allora uno dei pochi spettacoli brechtiani sfuggiti all’esclusività del Piccolo Teatro di Milano.

Oggi Ferdinando Bruni, con sensibilità attorale, porta in scena il testo nella sua traduzione, firmandone la regia e interpretandovi il protagonista. Lo fa con intenti dimostrativi, di una attualità ben esistente nel testo e resa evidente da varie sottolineature che nel corso dello sviluppo balzano fuori nello spettacolo.

Certo Puntila è un padrone alla Trump, e il discorso della paga ai dipendenti, del contratto a tempo indeterminato e del potere dei pochi ricchi rispetto ai tanti poveri è più che mai di attualità.

Mentre tuttavia nella versione di quasi cinquant’anni fa si rideva in un clima di favola – e ricordo la gioiosa apparizione della grande macchina scoperta sulla scena del teatro Alfieri di Torino -, qui il clima voluto dalla regia pare più nero, più tragico nella sua comicità condita di crudeltà gratuite, come quelle perpetrate contro dipendenti sospetti di marxismo, e di situazioni bislaccamente favolistiche, come quella del desiderio da parte di Puntila di entrare nel mondo della nobiltà e della diplomazia attraverso  la forza del denaro. Qui tutto si muta in favola orrida ed esagerata, come il ghigno falsamente buonista del Puntila di Bruni, che soltanto da sbronzo può manifestare sentimenti di condivisione, mentre da lucido si presenta in tutta la sua egoistica logica economicistica.

Volendo adeguare ad una espressività in qualche modo nostrana per analogia con l’inventato mondo finlandese, Bruni si getta a una sorta di immersione campagnola nei personaggi di contorno – le fidanzate rurali, il farmacista, i  camerieri ecc. – con l’aggiunta di cadenze e sonorità lombarde,  riservando ai protagonisti quanto raccomandava Brecht nel suo saggio “Sul teatro popolare – postilla a Puntila”, e cioè una recitazione incline alla poesia, volutamente non realistica, talvolta riuscendovi, altre volte restando a una recitazione soltanto sottolineata.

La scena e i costumi contribuiscono a offrire dimostrativamente un clima di falsa bonomia campestre sotto cui si cela una violenza di carni sezionate o un accenno alla opulenza padronale: la sauna al posto del camerino da bagno è una delle poche modificazione all’originale, per una accentuazione erotica della scena in cui l’Attaché dovrebbe rifiutare la fidanzata colta in intimo colloquio con lo chauffeur. Si fa apprezzare l’interpretazione a tutto tondo di Luciano Scarpa nel ruolo di Matti, che in sostanza fa da centro la tesi dell’autore, che dimostra come sia impossibile mutare le destinazioni che la società ha imposto alle persone: i ricchi stiano con i ricchi e i proletari non si azzardino ad accettare dai ricchi di unirsi a loro con intenti amichevoli o sentimentali perché non raggiungeranno il fine, e qui è proprio il proletario Matti a negarsi, dopo una breve tentazione, a tale effimero sogno.

Questo testo è davvero difficile da rappresentare senza correre il rischio di debordare dalla tesi, che va tenuta con quel rigore definito appunto brechtiano, che riguarda una logica di interpretazione e non una moda. Non a caso Brecht, che scrisse la commedia nel 1940 quando si trovava in America, la rappresentò una volta tornato in Europa ben otto anni dopo. E’ quindi da giusto dare atto a Ferdinando Bruni se, con i rischi di questa impresa, vi si è cimentato, con la entusiastica collaborazione dei suoi compagni, a cominciare dalla Eva di Elena Russo Arman, una bionda alla Jean Harlow a rappresentare i capricci delle classi alte, all’Attaché di Umberto Petranca stilizzato come in una farsa di Charlot, per finire con la Lattaia di Francesca Turrini, che nel suo monologhetto sottolinea maliziosamente il tema della libertà difficile da conseguire e da sostenere.

Il testo di Brecht è davvero complesso, e si suddivide in mille rivoli per poi puntualmente convergere all’assunto voluto dall’autore, ma risulta di non facile accoglimento nonostante l’intensa partecipazione di tutti gli interpreti che si prodigano al di là del possibile, meritando applausi e consensi da una platea gremita.

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