PARZIALMENTE STREMATE

Parzialmente stremate

di Giulia Ricciardi
regia Michele La Ginestra
con Giulia Ricciardi
Barbara Begala
Federica Cifola
Beatrice Fazi
Produzione Teatro Sette

Teatro della Cometa, Roma, 4 dicembre 2015

Maricla Boggio


Già partendo dal titolo che echeggia una qualche parziale “scrematura” di sapore casalingo, Giulia Ricciardi, autrice di “Parzialmente stremate” ha giocato sui comportamenti dell’universo femminile scegliendo come contenitore ideale di rivelazioni, confessioni e autoironie, una giornata speciale di quattro amiche, una delle quali sta per andare a celebrare il suo matrimonio, dopo una convivenza di vent’anni con il compagno da cui ha anche avuto una figlia ormai grande. Ma la paura di quel passo decisivo le ha procurato un tale terrore che si è trincerata nel bagno di casa sua e non intende uscirne per raggiungere la chiesa, nonostante gli incoraggiamenti di tre sue amiche, che in vesti di mature vallette, con abiti lunghi da cerimonia in identico modello a colori diversi, cercano di indurla a superare il blocco che le impedisce di realizzare quello che è stato un pervicace desiderio, nonostante – veniamo a sapere – che il compagno non avesse mai esternato una suo entusiasmo alle pressioni della compagna e si fosse, si può dire, rassegnato a quel volere, di consacrare un’unione già consolidata.

Su questo terreno ideale si sviluppano i vari temi che la sposa e le tre amiche sciorinano via via che la situazione si addensa. Uscita dal bagno, la sposa in abito bianco non ha certo cambiato idea sul fatto di non presentarsi all’altare. Né la convincono le esortazioni delle amiche, che le prospettano lo spreco del festino di nozze – trentamila euro, ménu ideato dalla sposa -, e la disperazione non tanto dello sposo quanto della mamma e dei parenti e amici tutti.
Ciascuna delle amiche mette in atto una sua tecnica esistenziale, che via via che procede la giornata, in cui le ore nel chiuso del salotto di casa si susseguono con ampi stacchi musicali e simbolici passaggi di tempo, mette a nudo con inaspettate rivelazioni l’esistenza di ciascuna delle amiche.
C’è quella che ha un marito – l’unica – e due bambini – Federica Cifola, fra la madre amorosa e la disperata sull’orlo della crisi -: ritenuta la più felice per aver ottenuto dalla vita quello che di solito sognano le donne, le altre la vengono scoprendo affaticata e delusa sia sul piano materno – solo stressata dalle infinite incombenze a cui i pargoli la assoggettano – che su quello sessuale, per quella monotona insistenza a sottomettersi agli appetiti mattutini del marito su di lei desiderosa soltanto di riprendersi dalla fatica giornaliera con qualche ora di tranquillo riposo.
E c’è quella che ha sempre vantato di infischiarsene di matrimonio e di bambini a tutto vantaggio della carriera – Beatrice Fazi con spirito provocatorio di stampo romanesco -, ma viene presa sul fatto – al telefono risponde a chiamate quanto mai in sospetto di maniaci sadomaso – e soprattutto in una vera crisi di disperazione in cui denuncia in lacrime la propria solitudine di frustrata.
E c’è poi quella che è sembrata a tutte quante ferrea nel mantenere il segreto di un amore di cui non ha mai voluto rivelare il soggetto – Barbara Begala, con il gusto di creare un personaggio inaspettato – e denuncia infine la sua vocazione a una vita religiosa, al punto che a sorpresa tornerà dal bagno vestita da suora, ma di quelle suore che cantano e ballano, sono insomma portate a una vita dove la modernità si appaia con le antiche regole monastiche, Radiomaria inclusa.
A condurre il gioco teatrale è la sposa, che con simpatica ironia si presenta come desiderosa di essere davvero lasciata in pace rispetto ai luoghi comuni di una vita di coppia. Giulia Ricciardi si permette, come autrice, di autoironizzarsi a tutto tondo, persino invecchiandosi e prendendosi in giro per quell’aspetto di matura nubenda che si è costruita addosso senza problemi. Ed è lei a manovrare fra un rimorso e un rimpianto i comportamenti delle tre amiche, che pur sputando ogni tanto veleno e criticandosi senza pietà manifestano poi, in fondo, una sorta di aspra affezione reciproca, e tutte poi verso la sposa.
Non manca nella satira che serpeggia al di là del tema centrale di questo matrimonio mancato ampi accenni alle moderne nevrosi, dal mondo del web alla mania delle mode e agli stereotipi che incatenano quasi tutti. E anche la violenza viene citata, in una aspirazione a un mondo meno crudele. Tutto quanto si scioglie nella chiacchiera teatrale che, senza volgarità e con un tratto che ricorda certe commedie inglesi qui certo in un clima più stemperato e condito da un linguaggio locale, espone una società certo con molti lati negativi ma con un desiderio, alla fine, di affetti pur conseguiti a caro prezzo. Finirà così, la commedia, con ciascuna delle amiche a contattare con il suo telefonino mariti o compagni o perfino conventi, e soprattutto la sposa dirà “Ti aspetto” al compagno rifiutato e forse pentito della sua indifferenza.
Abbiamo voluto raccontare un poco questa storia perché è dal suo svilupparsi che si può avvertire in una società dove è difficile trovare dei valori ancora credibili, un impegno a superare egoismi e contrasti per un fine di vita e di dialogo. E qualche volta il teatro deve avere uno sbocco “catartico” superando le situazioni negative. Il pubblico ha premiato con calorosi applausi il lavoro dell’autrice, delle interpreti e del regista Michele La Ginestra che si è prodigato a mettere in scena la commedia.

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