PICCOLI CRIMINI CONIUGALI

Piccoli crimini coniugali Anna Bonaiuto Michele Placido 1di Eric Emmanuel Schmitt

scene Gianluca Amodio

costumi Alessandro Lai

luci Pasquale Mari

musiche Mauro Di Maggio & Luna Vincenti

adattamento e regia Michele Placido

Goldenart Production

Roma, Teatro Quirino, 1 ottobre 2019

Maricla Boggio

Inaugurazione della stagione teatrale, questa del Teatro Quirino.

Geppy Gleijeses, che da alcuni anni gestisce artisticamente questo teatro – un tempo ETI, poi trascurato come un vecchio reperto – gli sta facendo ritrovare, con la pazienza, il lavoro, le scelte drammaturgiche una dimensione rappresentativa di quello che può essere un teatro per una città; una delle tante possibilità che uno spazio teatrale può assumere, di incontro, momento di riflessione magari davanti a un piatto goloso, o frettoloso scambio di idee per giovani o anziani nella pausa pomeridiana. Ma soprattutto può diventare appuntamento in un luogo in cui si sdipani una stagione teatrale in cui, accanto a successi stranieri e novità d’oltr’alpe, si trovi anche una presenza di autori italiani, conclusi nella loro carriera o appena all’inizio di una proposta nuova.

Questa accuratezza nel cambiare una tappezzeria, la sorpresa delle fiammeggianti poltrone che, come si faceva per i banchi di chiesa, ciascuno spettatore può adottare apponendovi il suo nome, non sono acquiescenti valori marginali, ma il senso di una casa da tenere con cura, sentendola anche propria.

Tutto questo, da parte di un teatro a gestione privata. Certo anch’esso sostenuto da sovvenzioni statali, ma con una meticolosità estranea agli enti pubblici e con una continuità artistica che, a prescindere dalle scelte, induce a una dimensione che vediamo funzionare in altre nazioni, dove non vengono cambiati, ad ogni scatto di turno, i direttori, a prescindere dal loro valore, dalla coerenza del loro operato, dallo sviluppo dei loro programmi, vedendosi mandati all’improvviso, con accordi personali o no, ad altre direzioni, dove già i programmi – Ah! la triennalità! – sono stati definiti e non resta al nuovo che pochi spazi a un suo intervento personale.

Detto ciò, è giusto parlare dello spettacolo.

Certo, il testo di Schmitt è conosciuto in vari paesi, tradotto e acclamato. Noi non lo abbiamo valutato così straordinario. Anzi, si può forse avvertire un che di già sentito, di già visto, in questa coppia di alto-borghesi di mezza età, in cui lui scrive romanzi gialli con un discreto successo e lei lo segue in apparente adorazione da quindici anni, dal momento cioè in cui, dopo un incontro occasionale in una festa noiosa, si sono ritrovati avvinti da una forte attrazione sessuale, che ha permesso loro di mantenersi insieme nonostante innumerevoli segnali di contrasti, divergenze, ipotetici tradimenti.

Ma prima di affrontare lo svolgimento della commedia, occorre, a prescindere dal suo intrinseco valore drammaturgico, dire dei due attori.  Michele Placido e Anna Bonaiuto affrontano in scena, per tutta la durata dello spettacolo, lo scontro fra due personaggi che si presentano a poco a poco in differenti angolazioni, segnalando allo spettatore le loro rispettive personalità. Borghesi moderatamente ricchi, in continuo dialogo dall’apparenza affettuoso, perfino sensuale per quell’attrazione che non li ha mai abbandonati in anni di convivenza e di tentazioni non accettate, si trovano ad un certo momento della vita in una situazione non chiarita, che rischia di mutare questo consolidato ménage. Gilles – gli ricorda Lisa –  ha perso la memoria cadendo dalla scala, e da quindici giorni non si ricorda più chi è. Lisa cerca di riportarlo alla sua realtà, suggerisce oggetti a lui cari, abitudini, modalità esistenziali. A niente servono le tenere sollecitazioni della moglie che spera nel ritorno della memoria di Gilles e nella ripresa della solita vita coniugale. Non è facile sostenere per più di un’ora e mezza un confronto a due, senza il rischio di non ripetersi e di allentare la presa con il pubblico. Più che la scrittura della commedia, che talvolta si arena nei luoghi comuni, è la forza interpretativa di Anna Bonaiuto e di Michele Placido a inventare quello che davvero potrebbe essere un amoroso/infernale rapporto di coppia. Schmitt non ha la crudeltà e la passione di Ingmar Bergman, ma possiede un forte, sperimentato e appassionato mestiere, e lo usa tutto per creare i due personaggi, che subito diventano preda attorale dei due bravissimi interpreti. E inizia la trafila degli elementi che vengono a costituire il quadro. Lei insinua segreti tradimenti di lui, il cui sguardo si posa spesso su donne più giovani, denigra i suoi romanzi vantandosi di una sua superiorità critica, ma al tempo stesso ne recita frasi che contengono riflessioni esistenziali. Lui tenta di ricostruire un rapporto che, secondo Lisa, la sessualità ha mantenuto indenne negli anni, al punto da sperimentare subito questa attrazione.

Schmitt, nel suo abile manipolare i sentimenti, rimanendo nello spazio che gli consente la classe sociale dei suoi personaggi, evita ogni altro riferimento attuale, e utilizza i sentimenti ufficialmente considerati borghesi in ogni sua invenzione. Scopriamo, dopo un lungo alternarsi di battute in cui non succede niente, che Lisa nasconde il vizio del bere; che forse, come con sforzo e quasi costrettavi dall’incalzare di Gilles, rivela, che “in quella notte” lui ha tentato di strozzarla, ed è per questo terribile motivo che non vorrebbe che lui lo sapesse, perché si è trattato di un gesto impulsivo, da lei già perdonato.

Decidono di festeggiare la pace; lei va a vestirsi alla grande, lui rimane solo per qualche minuto. Si aggira in attesa per la casa, gli cade l’occhio sulla libreria, dove una statua in pietra – uno dei falsi di Modigliani? – gli suscita un ricordo, e quel cerotto che ha sulla nuca è la prova di un gesto davvero accaduto, in mezzo alle tante affermazioni di Lisa. Lo confesserà, appena discesa pimpante nel suo nero look festaiolo: è stata lei a tentare di ucciderlo. E cadrà allora il castello di carte della smemoratezza, mai avuta dallo scrittore, forse in vena di scoprire di lei qualche segreto, o soltanto di rinnovarsi nel raccontare le varie bizzarrie della personalità umana. Infilati uno dopo l’altro, i colpi di scena non sono ancora finiti. Lisa raccoglie la sua valigia, pronta già dal momento in cui Gilles era ancora in ospedale, e se ne va. Forse avrebbe dovuto andarsene lui, che ha mentito sulla perdita di memoria, ma c’è un motivo per cui Schmitt preferisce far uscire dalla porta di casa la determinata Lisa. Gilles rimane solo, mette un disco, si muove per la stanza, incerto su che cosa fare. E lei rientra dalla porta, abbandona la valigia, si avvolge nel mantello come cercando protezione, pronuncia le stesse frasi che aveva detto quindi anni prima nel primo incontro con Gilles. Il quale ripete alla perfezione quanto aveva a suo tempo risposto. E la storia riprende, si sviluppa come un racconto, un’invenzione, un gioco.

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