PINO STRABIOLI RACCONTA SERGIO TOFANO – e i cavoli a merenda

00 Pino e cane cop

di e con Pino Strabioli

e con

Andrea Calabretta – burattini, oggetti, ombre

Dario Benedetti – chitarra

Off/Off theatre

Roma, 26 dicembre 2017

Maricla Boggio

Con la grazia ironica che ne caratterizza la personalità, Pino Strabioli ha dedicato a Sergio Tofano il suo spettacolo di Santo Stefano, a cui sono accorsi tanti spettatori a lui affezionati, alcuni di quell’età che presuppone una conoscenza diretta del grande attore e autore, altri giovanissimi, che già l’immagine di quella testa di bassotto di nome Otto  ha messo in uno stato di divertita aspettativa.

È stato un omaggio partito dall’ammirazione per la molteplice personalità di Sergio Tofano a dar inizio allo spettacolo. Strabioli ne ha delineato le diverse forme espressive che, dalla scrittura di veloci storielle sul Corriere dei Piccoli a partire dagli anni della guerra, si è poi ampliato nella creazione di quei personaggi diventati maschere di una Commedia dell’Arte giunta al nostro secolo.

Il Signor Bonaventura e il suo bassotto sono i protagonisti della maturità artistica del loro ispiratore, le cui storie iniziano come una sventura ma terminano sempre con una consolatoria vincita del famoso “milione”.

Prima di questa maturazione Tofano, fresco di una laurea in legge ma intollerante di un mestiere giuridico, si getta al teatro, vi lavora come attore e poi come regista, infine insegnerà recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, adorato degli allievi e innovatore più di altri docenti assai più giovani di lui. Ricordo come si buttava per terra a mostrare come si dovevano interpretare le crisi epilettiche del  “Lutero”  di Bond, e ricordo il meraviglioso libretto da lui scritto e dato in omaggio alla fine dei tre anni del corso, “Introduzione al palcoscenico – piccola guida pratico-morale per gli allievi dell’Accademia che affrontano la carriera”. E mi permetto, poiché si tratta anche del mio maestro, di mettere l’immagine di quella sua dedica che conservo gelosamente.

Ma esiste tutta un periodo in cui Tofano scrive delle storielline in cui i personaggi sono gente qualunque, ragazzini, venditori, portinaie, piccoli industriali, autorevoli giuristi e così via, tutti via via a dire la loro uno dietro l’altro con una filastrocca di notizie volutamente incongrue che nel loro crescere e moltiplicarsi offrono di questo popolo di curiosi, pettegoli, interessati e sfaticati un panorama che a ben guardare, sotto il riso che provocano e l’apparente giocosità, nascondono un vuoto  e una stupidità che Tofano descrive con blanda volontà critica e decisa determinazione di divertire divertendosi alle spalle degli sciocchi. Arma a doppio taglio quella di uno scrittore che in epoca difficile da vivere con libertà nasconde sotto l’agilità di un linguaggio volutamente semplice qualcosa che lo avvicina a Petrolini.

Pino Strabioli si fa aiutare da Andrea Calabretta per reinventare questo mondo senza logica e senza scopo: oggetti manovrati con agilità, nascosto nel nero di un costume e di uno sfondo, piccoli personaggi petulanti, piume mosse al ritmo armonioso della chitarra sapiente di Dario Benedetti rendono favolistica l’atmosfera in cui si dipana, storia dopo storia, racconto dopo racconto, lo spettacolo che gli spettatori vorrebbero proseguisse ancora e ancora, dimentichi di rovelli politici e tematiche di impegno.

In prima fila Franca Valeri applaude estatica tornando indietro nel tempo. Strabioli racconta di quando nel 1948 lei con Caprioli, agli inizi della carriera, chiesero a Tofano di lavorare con lui che accettò volentieri, come sempre faceva quando dei giovani gli davano affidamento. In quello spettacolo a Franca venne affidato di fare il bassotto, e Strabioli l’applaude tenendo fra le mani quel testone di cane dagli occhi furbetti, poi scende fino a lei mentre  tutti si uniscono all’applauso: è un momento in cui emergono momenti magici di un teatro che non si può dimenticare.04 Pino con Valeri IMG_2190

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