PIRANDELLO MAI VISTO

COPERT PIRANDELLO MAI VISTO COPERTINA

Un’ampia mostra di documenti, copioni, lettere e fotografie ha dato vita a una possibilità di ricostruire attraverso elementi del passato quella forza espressiva che permane nelle opere di Pirandello e ne certifica la modernità.

Roma, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

 

Maricla Boggio

“Non sono un cittadino nel suo stato, ma un uomo nel mondo”.

La frase di Luigi Pirandello è citata da Annamaria Andreoli, presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani, nella presentazione al libro “Pirandello mai visto” da lei curato assieme a Andrea De Pasquale, che contiene numerosi documenti inediti di questo Pirandello sconosciuto, e alcune relazioni attinenti alla mostra che, in cinque sezioni esposte alla Biblioteca Nazionale Centrale, consiste in preziosi e sconosciuti materiali delle collezioni dell’Istituto di Studi Pirandelliani e della stessa Biblioteca Centrale.

Osservando nelle bacheche le lettere che Pirandello scrisse a Marta Abba, e altre che personalità a quell’epoca insigni, come D’Annunzio e Mussolini, inviarono allo scrittore, si viene profilando un uomo dalla personalità più prismatica che non quella diffusa dalle solite foto in cui socchiude gli occhi con uno sguardo lontano e un semiprofilo teso alla meditazione.

Ma ancor più si trova nel personaggio inedito un carattere che, in controtendenza rispetto alla riflessione filosofica, manifesta una voglia sincera di vivere apprezzando le cose che qualunque persona può amare nel quotidiano. Ecco allora un Pirandello dall’espressione incerta fra il sorriso e l’ironico mentre si lascia fotografare su di una spiaggia in short e maglietta nera, quasi un atleta attuale di mezza età, a sfatare la classica immagine di lui, vestito di tutto punto, seduto su di un pedalò a quel Lido in cui gli altri si rincorrono fra le onde.

A documentare ancor più questa voglia fanciullesca di vivere, dimenticando per un attimo il pensiero e l’arte, viene mostrato un filmato a più sequenze, fra amici e parenti, in abbigliamento semplice, lontano da cerimonie e omaggi ufficiali, perfino mentre sta giocando a bocce con la sveltezza sbarazzina di un ragazzo. Ed è interessante potersi appropriare di questa dimensione sconosciuta dello scrittore, quanto più se ne apprezza l’arduo lavoro che parte certo da un’ispirazione, ma si fa arte attraverso la fatica e il lavoro, come tanto Friedrich Nietzsche insisteva in che cosa consistesse l’opera di un genio.

I due elementi su cui si articola un’esistenza – il lavoro appassionato dell’artista e la vita quotidiana – sono messi entrambi in evidenza nelle varie scansioni della mostra, a dimostrare come i due aspetti si intreccino valorizzandosi reciprocamente, e attribuendo alla visione del quotidiano, in precedenza trascurata, l’importanza che detiene anche rispetto alla creazione artistica.

Ci sono poi, in esposizione, documenti che lasciano intravedere, anche in chi non conosce a fondo il pensiero di Pirandello, momenti di coraggiose affermazioni, come il manoscritto autografo, del 1914, “Il fatto estetico”, in cui afferma la sua posizione del tutto diversa da quella di Benedetto Croce:

“… fui tra i primi ad avvertire e a sostenere apertamente che il rapporto, posto a conoscenza di questa teoria fra conoscenza intuitiva o espressione e conoscenza intellettuale o concetto era del tutto arbitrario e che l’arbitrio consisteva nello staccare fin da principio con un taglio netto le varie attività e funzioni (…)”

dando così prova di una estrema modernità, confermata dai molteplici tipi di intelligenze che oggi vengono riconosciute.

Ancora, il percorso ben scandito della mostra consente a chi la visita con attenzione di individuare il momento creativo dello scrittore nell’ampio distendersi attraverso la scrittura, sovente ricca di correzioni e di cambiamenti, in una tensione che non perde di vista l’equilibrio della composizione. Ecco gli scritti ingialliti de “La patente” e de “’A giarra” in puro dialetto siciliano, quel dialetto che in certe occasioni offre un’espressività più calda che non il preciso italiano di cui altre opere esigono l’apporto, in un rovello intellettuale contro l’intensità mimica paesana. Sono copioni che appaiono come oggetti gelosamente custoditi, “bambole” consunte dall’affetto di chi da tempo se le tiene accanto: Annamaria Andreoli ha avuto l’intuizione di interpretare queste pagine stropicciate e segnate di matita e penna, qualche volta già con l’uso della macchina da scrivere, come “oggetti”, affettuosamente curati e custoditi, in cui la copertina è una sorta di vestito e le pagine ne sono il corpo.

Fiumi di lettere denunciano il primato di Pirandello rispetto ad altri autori, rispettati e conosciuti, ma ad un altro livello, che nei suoi confronti è indiscutibile. Tilgher, Niccodemi, lo stesso D’Annunzio, gli scrivono con un tono che pur mantenendosi autorevole si piega a un indiscutibile omaggio. E attori celebri, osannati da platee in delirio, si rivolgono a lui con il tono della preghiera discreta e querula, come Ruggero Ruggeri che gli chiede se potrà contare, per quella stagione – il 1923 – su di una sua commedia; ma a quanto mi risulta, dopo “Enrico IV” già da lui interpretato nel 1922,  il grande attore dovrà aspettare fino al 1925 per essere in scena con altre commedie di Pirandello, come “Il piacere dell’onestà”, lavori  in tournée nella Compagnia del Teatro d’Arte dello stesso Pirandello.

Va riconosciuto a Eleonora Cardinale la capacità di segnalare, attraverso lettere a personalità dell’editoria e della letteratura, l’iter che alcune opere – soprattutto romanzi – hanno avuto nel lavoro di Pirandello attraverso gli anni e le varie e complesse vicende in cui si è sovente trovato prima di raggiungerne la pubblicazione.

Nel percorso delle varie sezioni chi pare dominare il complesso insieme dei documenti, delle lettere, dei telegrammi sono le fotografie di Marta Abba, anche qui “mai viste” rispetto alle tradizionali di lei con la capigliatura obliqua e il sorriso misterioso: accanto a Marta quasi cordiale c’è perfino un cagnetto con un occhio nero e un atteggiamento fierissimo per la carezza protettiva dell’attrice.

È di notevole interesse il saggio firmato da Dina Saponaro e Lucia Torsello, in cui vengono segnalati raccolte, documenti, fotografie e pagine preziose che si trovano all’Istituto, catalogati e suddivisi con competenza dalle due studiose: fondi donati negli ultimi decenni hanno arricchito il cospicuo insieme che torna a dar vita allo scrittore nelle sale che furono del suo appartamento e che oggi costituiscono lo spazio dove ha sede la raccolta e dove si tengono incontri e convegni.

Il libro, a cura di Andrea De Pasquale, direttore della Biblioteca Nazionale, e della stessa Andreoli, contiene, dei due autori, altrettanti ampi saggi. Il primo dà spazio all’ingente numero di opere che appartengono alla Biblioteca, e di cui Pirandello è notevole parte. La Andreoli sviluppa un interessante confronto fra Pirandello e D’Annunzio, rilevandone, a differenza di altri saggisti tendenti a metterne in evidenza le differenze espressive, l’origine meridionale, gli studi, le tendenze politiche e le scelte degli autori che ne influenzarono la scrittura, in particolare Shakespeare, Dostoevski e Nietzsche. Una riflessione dedica poi la Andreoli alle fonti a cui si possa attingere nel ripercorrere le strade tracciate dai due autori per arrivare alle loro opere attraverso l’insieme dei documenti raccolti: dettagliate e ben riunite le carte relative a D’Annunzio, di cui la Andreoli ha scavato ogni più particolare elemento, essendo stata a lungo presidente del Vittoriale, mentre lamenta per Pirandello la scarsezza dei documenti a ricostruire un percorso per arrivare a un’opera completa: il frazionamento delle carte attraverso i vari eredi non ha finora consentito una biografia seriamente attendibile, che il tempo e successive donazioni potranno forse correggere in futuro. Ma già questa mostra così vivacemente articolata in scritti ed immagini offre alla riflessione su Pirandello motivi nuovi di arricchimento.

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