PROCESSO ALL’ARTE

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di Ronald Harwood

versione scenica Ennio Coltorti

con Ennio Coltorti e marco Mete

e

Tomaso Thellung Virna Zorzan

Licia Amendola Federico Bocccanera

allestimento scenico Ennio Coltorti

costumi Rita Forzano

selezione musicale a cura di Sergio Pietro

proiezioni a cura di Matteo Fasanella

regia Ennio Coltorti

Stanze Segrete, 8 gennaio 2020

Maricla Boggio

“Taking side”, titolo originale della commedia di Ronal Harwood, baronetto di nascita sudafricana, autore di numerose commedie di successo, sovente trasposte poi in film – Quartet, Il pianista – ha acquisito fama internazionale fin dal suo debutto, nel 1995. Quel “prender parte” a cui fa riferimento il titolo riguarda la posizione che si vuole assumere riguardo ai fatti o agli ideali.

Qui il centro del discorso è se il grande maestro Wilhelm Furtwangler fosse coinvolto nel regime nazista oppure una sua posizione personale non dovesse essere giudicata rispetto all’altezza della sua arte di direttore d’orchestra senza rivali. Il titolo che Ennio Coltorti, nella sua acuta e introspettiva elaborazione, propone per lo spettacolo è “Processo all’arte”, perché in sostanza si tratta di un esame morale della persona che vive con la responsabilità delle sue idee e la capacità di esprimere da sé quell’elemento in più che riguarda l’indicibile e che è quanto mai problematico giudicare.  Da questo dilemma parte l’azione di un maggiore dell’esercito americano, Steve Arnod di professione assicuratore e quanto mai lontano dalle seduzioni della musica, incaricato di “denazificare” quanti possono essere stati partecipi della dittatura hitleriana. In particolare Arnold, che all’apparenza è un brav’uomo, diventa feroce quando deve esaminare la posizione di Furtwangler, già discolpato in un precedente processo in Austria, in cui non si è trovato niente a suo carico nel corso degli anni della dittatura. Ma Arnold tenta con ogni mezzo, trabocchetto, invenzione di finte prove, a incolpare l’artista che con rigorosa dignità resiste agli attacchi di questo super-americano, che perfino il suo giovane aiutante e la segretaria, figlia di un attentatore dei Hitler, tentano di far desistere da una posizione divenuta ossessiva. Perfino delle mezze rivelazioni, estorte con la promessa di un aiuto, a un anziano “secondo violino” che ha preso alle sue dipendenze approfittando della sua miseria, non raggiungono quello che, al di là del vero, Arnold vorrebbe conseguire.

La posizione del grande direttore d’orchestra, se giudicata secondo quanto è avvenuto nel mondo a causa del nazismo, potrebbe forse essere considerata responsabile, ma come ognuno di noi è responsabile degli orrori del mondo, non per sua volontà diretta. La forza che Marco Mete imprime al suo Arnold consente al testo di staccarsi dal realismo della situazione narrata, che potrebbe rimanere al livello di un singolare momento storico, mentre nella sua interpretazione l’attore pone la sua tesi di responsabilità come il contraltare dell’arte. La concretezza del reale alla fine dovrà per forza lasciare il posto alla forza ineffabile dell’arte.

Sono nella scia di Marco Mete gli altri attori, che contribuiscono a delineare con varie sfaccettature un momento tragico di pochi decenni fa, che potrebbe ripetersi se non ci si opponesse drasticamente in nome della libertà e della giustizia. Licia Amendola interpreta con disperata passione  la signora che mostra le lettere scritte da  Furtwangler per salvare amici ebrei. E Tomaso Thellung mantiene alta la tensione sul crinale delle prove e delle intenzioni, adeguandosi ai diversi momenti delle sue interpretazioni. Virna Zorzan è una segretaria sensibile al punto di sfidare il maggiore con la sensibilità che le viene dalla musica, e altrettanto sensibile il giovane soldato che Federico Boccanera impersona con sicura autorevolezza opponendosi al suo capo.

È la musica, con la sua forza misteriosa a dare un sia pur leggero colpo alla granitica durezza del maggiore Arnold, al quale in pochi attimi di particolare bravura attorale, Marco Mete offre nel lasciar intravedere un qualche cedimento.

Di tutta questa articolata e complessa rappresentazione è artefice Ennio Coltorti, a cominciare al titolo scelto per la sua versione scenica – “Processo all’arte” – in cui fin dall’inizio pone il problema relativo alla propria presa di posizione come atteggiamento dell’animo rispetto al contingente e all’eterno, lasciando poi a ciascun versante la sua responsabilità morale. Coltorti ha poi addossato su di sé il personaggio di Furtwangler, diventando, con una recitazione epicamente espressiva, l’elemento vivente di questo bivio in cui va scelta una strada. Ma l’attore sembra dire con la sua umanità che è forse impossibile la scelta, essendo entrambe le strade unite nella nostra esistenza. Ennio Coltorti si fa idea concreta di questo irrisolvibile dilemma, e lo spettacolo, com’è giusto in teatro, lascia che rimanga il mistero.

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