DA PIRANDELLO A SARTRE

Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo
15 aprile 2011

Ritratto di Sartre da giovane, dall’autore al personaggio

gli attori Ennio Coltorti e Gianna Paola Saffidi


frammenti di un discorso tenuto alla Casa Pirandello
sul mio lavoro di trasposizione dell’autore Sartre
nel personaggio protagonista di un testo teatrale

Pensavo da tempo a Sartre, dopo averlo conosciuto prima di tutto come autore di teatro. Al teatro universitario di Torino, con quel genio scomparso giovanissimo che fu Alberto Ruggiero, provavamo nella soffitta del Cinema Romano “Morti senza tomba” partecipando, al di là del discorso teatrale, alla temperie politica di un testo che ci faceva sentire protagonisti di un cambiamento epocale. Più tardi, già al Piccolo Teatro a Milano, assistetti per più sere – tanti gli amici coinvolti dallo Stabile di Genova nelle parti di sfondo – a “Il diavolo e il buon Dio” con un Alberto Lionello grandioso nel ruolo di Goetz. Quel continuo dibattere a scommessa fra il bene e il male, la discutibilità dell’assoluto, il ribaltarsi dei comportamenti, ed anche un inconfessato bisogno di amore – a me così pareva di intravvedere fra le pieghe del manifestarsi drammatico -, mi affascinava mostrandomi ad ogni replica risvolti nuovi e perfino insospettabile lirismo. Per questo poi mi stupii del pessimismo del suo versante filosofico. Ma anche in quei libri, che facevano parlare di Sartre più del teatro, considerato dagli intellettuali quasi sempre un aggregato di minor peso, mi saltavano agli occhi immagini forti, di cui sempre protagonista e personaggio era lui. Ne scoprii ancora un altro volto leggendo “Les mots”. Vi si scorgeva senza reticenze la sua infanzia rallegrata da una madre adorante, i suoi furiosi combattimenti con un Dio spione, e la stupefacente scoperta della lettura, a cui una mamma straniata nel racconto di favole emergenti da fogli di carta dava voce inquietante e fissità di espressione. Poi scoprii il suo rapporto con Simone de Beauvoir, il suo amare assoluto e tradire relativo, nella spietatezza del narrare ogni più piccola storia di sé, fra il compiacimento e la sfrontatezza, specie nell’esibirsi di fronte alla donna che per sua confessione rappresentava il mondo intero, nel raccontarle di un’avventuretta con una fanciulla impigliata nella sua seduzione. Si aggiunse alla fine nelle mie letture “La cérémonie des adieux” in cui Simone rievocava ogni momento, anche fra i più difficili da raccontare, la graduale fine dell’amato; vi metteva ricordi personali, non condivisi – quale eccezione! – con lui, e una intensa pietà dettata da un amore che superava i risentimenti pur comprensibili di una vita condivisa ma diseguale nel rapporto di coppia.

Di fronte alla richiesta di scrivere un testo che lo/li avesse protagonista/i mi ritrovai con questa quantità di immagini e parole quasi costretta a scrivere di Sartre, e di Simone. Julio Zuloeta, regista peruvianoin Italia da anni, insistette perché gli scrivessi quel testo, ed io mi ci buttai con una grande voglia di far emergere dalle tante pagine scritte dall’autore, sartre stesso, protagonista della sua scrittura. Come nelle sue opere, sia filosofiche che saggistiche e soprattutto quelle teatrali, Sartre emergeva ragionando e vivendo con la sua logica talvolta bizzarra, talvolta amara; era soprattutto a Simone che si rivolgeva, davvero dimostrando che per lui lei era il mondo; ma in quel mondo spuntava ogni tanto, per piacere erotico e maliziosa rivalsa di autonomia, qualche jeune fille en fleur e, racchiudendole tutte, Sylvie che divenne l’interlocutrice dei due, a porre domande e a mettersi a disposizione per quelle scene che via via venivano fuori spontanee, dai libri e dai drammi, ad avvalorare le asserzioni dell’autore in dialogo con le due donne.
Elemento portante, il rapporto fra Sartre e Simone, che i due hanno descritto in quasi tutti gli avvenimenti, i pensieri, le decisioni prese nel corso dei tanti anni passati insieme. Le lettere si intrecciano dall’uno all’altra, con sincerità impudica fino all provocazione per lui, con ironia e amore pronto a sopportare ogni affronto da parte di lei.
Zuloeta entrò subito nel gioco, e con lui Piero Sammataro, Rita Pensa e Margherita Patti, interpreti di quel vivacce dialogare. Dove? Bruno Buonincontri tradusse la mia proposta di una terrazza di un albergo romano, luogo ideale di chiacchiere dei parigini in visita abituale nell’estate delle loro vacanze, in uno spazio arioso dove tendaggi invetrati gonfiavano inferriate alle finestre poste ai lati. Perché la scelta dello spazio insieme alla decisione di far avvenire l’intera vicenda in una giornata furono fondamentali per la stesura del testo. Il contenitore ed il tempo dello svolgimento sono sempre stati per me essenziali alla riuscita di un dramma. Da questi due elementi basilari mi sento protetta da ideuzze, e sorretta da una solida giustificazione a non sbavare in lungaggini temporali e troppo comodi mutamenti di luogo.

Dopo quella prima edizione, alla fine degli anni Ottanta, il testo rimase a dormire per vent’anni. Lo riportò alla luce Ennio Coltorti, che aveva già rappresentato – fra i miei testi – un “Pirandello/Abba, frammenti di un discorso amoroso” immettendosi prodigiosamente nel personaggio con pochi cenni di trucco ma soprattutto indagandone l’iter sentimental-creativo. Nel suo teatro “Stanze Segrete” dove gli spettatori sulle loro poltrone sfiorano gli interpreti, la sfida divenne assai forte. Coltorti scavò nelle frasi che via via Sartre pronunciava per far sì che il pubblico non perdesse il filo di un ragionamento non facile anche se semplificato; Gianna Paola Scaffidi evocò l’altera ironica figura di Simone, la sua capigliatura raccolta dalla fascia nera, il sorriso da “piccolo scoiattolo”; e Sylvie raccolse tute le fanciulle sartriani nel volto fanciullesco di Glenda Canino alla sua prima prova, nella quale andava anche trovandosi di scena in scena alle prese con i miliziani spagnoli e le camerierine della Coupole. Lo spettacolo riuscì così bene che Coltorti, dopo una prima stagione, nel 2010, lo ripropose nel 2011.

Quando affronto un testo in cui ci sia un personaggio reale, mi pongo nella situazione di non inventare mai cose che non gli appartengano; ciò attiene a una onestà intellettuale che mi pare doverosa nei confronti di chi affronterà il testo, specie se questo viene proposto come autentica illustrazione del personaggio. Diverso è la posizione rispetto al contenitore in cui il personaggio agisce, e il tempo nel quale necessariamente deve essere contratta la storia: sono entrambi da inventare, con la libertà dell’autore a inserirvi drammaturgicamente il protagonista.

L’autore di un testo trova difficoltà a dire come ha lavorato per far emergere il suo personaggio dalla montagna di frammenti verbali che glielo hanno suggerito. Per me gli argomenti di cui è intessuto Sartre si mescolano passando da un’opera all’altra, senza alcuna sistematicità, perché il parlarne da parte sua nasce come esigenza di manifestarsi alle sue interlocutrici trovando via via spunti alla narrazione attraverso le domande, i commenti, le suggestioni che vanno via via emergendo. Che cos’è un’emozione? Una trasformazione del mondo, è la risposta di Sartre. Sentirsi giustificati di esistere attraverso la gioia d’amore è l’argomento che pone in contrasto Goetz e Caterina, subito pronti a viverlo nella fulminea interpretazione che ne danno Sartre e la piccola Sylvie, per illustrare l’affermazione. Sarebbe stato troppo rigido in una dimostrazione filosofica la sintesi de “La nausée”, ma il monologo di Roquentin che la descrive con la tangibilità visiva di una appiccicosa melassa che invade il giardino raggiunge gli spettatori e restituisce loro l’umanità sofferente dell’autore, che riscatta la sua indifferenza alla fine della descrizione, quando vede il giardino liberato da quella disgustosa poltiglia e si sente riappacificato con il mondo.

La dimensione scelta per l’intera “giornata” consente una sorta di carrellata fra i vari argomenti di cui è intessuta l’esistenza di Sartre: è proprio la sua particolare maniera di affrontare le varie tematiche a farle diventare tutte quante materia teatrale, pensiero che si fa azione, dialogo, ponte per una successione di nuove riflessioni ed altrettante azioni.

Nella sua presentazione al testo, Gianni Vattimo rileva che l’operazione – a suo dire riuscita sul piano drammaturgico – si fonda anche, in modo determinante, sulla “intrinseca qualità dei temi(…) Forse quella filosofia non ridotta a disciplina specialistica, a gioco di linguaggio non del tutto separato, ma invece capace di parlare anche la lingua di tutti, che cerchiamo oggi sotto il nome di ermeneutica o di neopragmatismo, era stata già realizzata – conclude – in qualche misura almeno, da Sartre”. Ed è proprio questa capacità di interloquire secondo l’andamento del pensiero che fa dell’autore il personaggio protagonista del mio testo. A lui, con analoga capacità, si intrecciano le due presenze femminili, Simone che dal vivo dei suoi scritti si innesta nel contesto esistenziale del filosofo, Sylvie che ne sintetizza simbolicamente nella sua persona le avventure amorose, ma che si fa anche docile strumento esemplificativo delle scene che illustrano momenti del suo teatro e della sua saggistica.
Quanto rileva Luigi M Lombardi Satriani nella sua prefazione al testo riporta con altra angolazione quanto osservato da Vattimo: “Attraverso la teatralizzazione e la fascinazione che esso sviluppa, questo Sartre è investito da una nuova forza discorsiva, da una nuova vitalità”.

Nello svolgere il testo attraverso i passaggi descritti e le tematiche scelte mi sono posta il problema, duplice, della necessità del contrasto come situazione scatenante sul piano drammaturgico, e della necessità di un arco drammatico che partendo dall’inizio si sviluppasse per poi concludersi, perché il rischio dell’operazione intrapresa era quello di attestarsi a creare una piacevole passeggiata da un tema all’altro, che avrebbe potuto continuare all’infinito oppure interrompersi in qualunque momento.
La situazione di contrasto è verificabile attraverso più modalità. Il rapporto fra Sartre e Simone è sì sviluppato attraverso una morbida ed intellettuale forma di “causerie”, ma gli argomenti a volte rasentano lo scontro palese, se non fosse per l’ironia che Simone impegna nel mantenersi in un rapporto affettuoso-mondano con il filosofo: è nelle ardite esternazioni di lui a proposito delle sue avventure galanti, è nella sfrontata confessione dei suoi costumi sessuali, alquanto liberi fin dalla fanciullezza ad avvertirsi, attenuato dal linguaggio, lo scontro che non è soltanto fra due persone che comunque mantengono forte un rapporto affettivo, ma è scontro fra uomini e donne in un diverso sentire del rapporto di sesso.

Quanto all’arco drammaturgico, esso si snoda quasi senza che lo abbia cercato, partendo dai discorsi più esterni e filosofici – la gioia d’amore paragonata alla scoperta di esistere, – ad una più intima visione del vissuto – dalla scelta dei cibi, che Sartre voleva quanto più possibile lontani dalla loro connotazione naturale, privilegiando ciò che più risultasse elaborato dalla invenzione umana, fino al crudele descrivere le proprie passioni con le fanciulle offerentesi, per arrivare poi ad un culmine, la constatazione che il mondo alla fine era tutto in lei, Simone, mentre le donne delle avventure erano piccole parti del mondo, in fondo comprese nel grande universo che lo poneva accanto alla compagna di una vita. La conclusione dell’arco non può certo essere un “happy end” dal momento che è la morte ad affacciarsi crudelmente con il suo preludio di malattia e meschinità, cui Simone accenna con volontaria impudica precisione. Il sopraggiungere della morte, espressa come narrazione da parte di Simone crea un finale semplice, scarno eppure grandioso nella sua contenuta disperazione, a sostituire la speranza di una riunione successiva, pur lecita e bella per chi ha fede, ma che qui sarebbe stata falsa e strumentale. Simone mitiga questa senzazione di morte con un tocco di spontanea poesia: ogni giorno – dice con tono pacato – mazzetti di fiori freschi misteriosamente vengono deposti sulla tomba di Sartre al Père Lachaise. Questa notazione così semplice rispetto alle dissertazioni filosofiche del periodo delle contrastate discussioni aggiunge allo spettacolo un tono di assorta bellezza che induce gli spettatori alla commozione. Non si può, in teatro, puntare soltanto e soprattutto sulla dimostrazione delle proprie teorie rispetto alle altrui. L’umanità dei personaggi, intesa come capacità di emozioni e di condivisione è in ultima analisi l’elemento determinante per cui essi prendono vita.

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