SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE

rielaborazione di Vincenzo Pirrotta
dal testo teatrale di Luigi Pirandello; regìa di Vincenzo Pirrotta
scene e costumi di Giuseppina Maurizi, musiche originali di Roberto Ciammarughi; luci di Giovanni Santolamazza
Roma, Teatro India, 2007


In una fotografia della scena finale della “Sagra del Signore della Nave” di Luigi Pirandello rappresentata nel 1924 con la regìa dell’autore per l’inaugurazione della sua “Compagnia del teatro d’arte” si vedono assiepati gli interpreti attorno al Cristo Crocifisso della chiesa di San Nicola ad Agrigento, che per tradizione in settembre viene portato in processione di penitenza dai miracolati che recano doni, offerte, ex voto. Popolani e borghesi contriti, preti oranti e marinai battenti, ragazzini chiassosi e vecchi oranti accorrono a questa ricorrrenza, che coincide con il primo ammazzamento del porco della stagione autunnale, con le conseguenti mangiate e bevute smodate di una festa pagana. Di lato, nella foto, sporge, disegnata con stile paesano, una coppia di allegri popolani: Cipriano Efisio Oppo, pittore di gusto grottesco aveva arricchito la scena di Virgilio Marchi con figure di corposa originalità. Adriano Tilgher intravvide nello spettacolo “una forma d’arte in cui folklore e cerebralità umoristica, orgia popolaresca e sottile dialettica filosofica si compongono in sapiente armonia”. Si chiede il critico: “La ‘Sagra’ è forse ( in Pirandello) un primo passo sulla via di quest’arte?”. L’elaborazione del testo pirandelliano realizzata da Vincenzo Pirrotta ci pare richiamare con evidenza quella paesanità già presente allora, e rappresentata da Pirandello al di là della stessa sua scrittura attraverso scene devozionali, canti e processioni che partivano dal fondo dell’appena inaugurato Teatro Odescalchi, il cui palcoscenico purtroppo esiguo conteneva a stento neppure la metà delle centoventi persone che parteciparono allla rappresentazione.
Vincenzo Pirrotta ha modificato il testo secondo una espressività clamorosa, privilegiando una atmosfera paesana dalle tinte e dalle forme straripanti, mantenendo lo schema della storia. Durante la festa processionale si uccide il maiale di un certo signor Lavaccara, il quale sopraggiunge con tutta la famiglia soffrendo per la morte del suo porco divenuto quasi umano, allevato in casa e vezzeggiato dai figli; si instaura fra lui ed un giovane Pedagogo una discussione circa la differenza fra il maiale che ingrassa per gli altri e l’uomo che ingrassa per sé. Il Pedagogo sostiene che non ci si deve rattristare per quella morte bestiale, ma anzi mangiare serenamente. “Un porco è porco e basta – filosofeggia il Pedagogo -, mentre veda, quello lì, sarà magari un porco, ma porco e avvocato, e quell’altro, porco e notaio…”. Nello spettacolo l’orgia del cibo, del vino e dell’esaltazione arriva ad un diapason che prende corpo attraverso un intreccio di canti, danze e figurazioni che pur attingendo al folklore siciliano echeggiano riferimenti culturali di stampo mitelleuropeo dalle forti connotazioni aggressive nel trucco, nei costumi discinti, nei suoni distorti dei canti e delle musiche accentuatamente ritmate. Pirrotta ha saputo sfruttare con sicurezza lo spazio del Teatro India messogli a disposizione dal Teatro di Roma, finalmente abbinando ad uno spettacolo il suo spazio ideale. E’ una valanga di personaggi del folklore popolare a rigurgitare dalle scalinate al pavimento e viceversa, secondo una cifra espressionistica che privilegia la deformazione grottesca, la tradizione favolistica, l’uso del testo come di un canovaccio che si frantuma in mille briciole, offrendo ai personaggi battute scambiate fra loro, ma che li investe come di una folata di frammenti e di echi di un mondo degradato e dolente, dove la religiosità gronda sangue e sofferenza. Tutto il monologo iniziale, aggiunto, del sacerdote abbracciato ad una statuetta di Cristo ne è esemplare denuncia – l’attore Antonio Silvia intenso personaggio da Via Crucis -, mentre trionfa il versante dell’orgia, non solo nella vicenda del porco ucciso e del dialogo fra Lavaccara e il Pedagogo – lo stesso Pirrotta roboante in costume pantagruelico e il filiforme e nitido Giovanni Calcagno – , ma nell’intera storia processionale che intreccia momenti di “cunto” ad implorazioni e invocazioni devozionali a scene di esibita sessualità e di infantile godimento culinario. Nel finale il sacerdote riappare trascinando con sé la folla pentita e lacrimante, e il Pedagogo filosofeggia: “Piangono, piangono! Si sono ubriacati, si sono imbestiati; ma eccoli qua ora che piangono dietro al loro Cristo insanguinato! E vuole una tragedia più tragedia di questa?”. Qui le battute di Pirandello sono rimaste le stesse, ma in mezzo alla scena non campeggia il Cristo sulla gigantesca croce, ma un porco squartato che evoca la scioccante immagine di un corpo umano, citazione alla Antoine che cancella ogni sapore di presa di coscienza, in un mondo degradato e inconsapevole.
Molto del successo del gruppo siciliano va attribuito ad una coesione sapiente fra gli interpreti e ad una felice sintonia fra l’evocazione visiva e le sonorità di una dialetto complesso e di stretta marca sicula, dei cui interpreti Vincenzo Pirrotta è abile e ispirato creatore.

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