SALOMÈ

SALOME Eros Pagni e Gaia Aprea foto di FABIO DONATO 5923

di Oscar Wilde

traduzione Gianni Garrera

adattamento e regia Luca De Fusco

con Eros Pagni, Gaia Aprea, Anita Bartolucci, Giacinto Palmarini

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Gigi Saccomandi

musiche Ran Bagno

coreografie e aiuto regia Alessandra Panzavolta

Teatro Stabile Napoli Teatro Nazionale –  Teatro Nazionale Genova

Fondazione Il Rossetti – Teatro Stabile Verona

prima rappresentazione Pompei, Teatro Grande 21 giugno 2018

ripresa Napoli. Teatro Mercadante, 24 ottobre

Teatro Eliseo, Roma, 11 Dicembre

Maricla Boggio

“Salomè”, Oscar Wilde lo scrisse in francese, nel 1891, durante un suo soggiorno a Parigi.

Certo la scorrevolezza della lingua, una certa distanza dal suo paese piuttosto rigido in fatto di sesso,

e la tentazione di vedere il suo testo interpretato dalla mitica Sarah Bernard dovettero influire sulla scelta della lingua. Ma ogni previsione è vana, e lo scandalo che travolse lo scrittore allontanò l’Attrice dal rappresentare un testo già di per sé criticabile anche in terra parigina. La sua rappresentazione avvenne poi qualche anno dopo, in una traduzione inglese approvata dall’autore.

Luca De Fusco ha dato a Gianni Garrera il compito di offrirgli una versione in italiano. La corsa spigliata del francese si dilata in un ritmo più disteso, che permette di meditare su quanto si va via via ascoltando, di quei quattro protagonisti – attorniati da varie figure della corte –  che esprimono con diverse cadenze i loro differenti stati d’animo. E il racconto è declamato in una rimeditazione – si direbbe – del già vissuto, proponendosi  intatto, senza che scenografie realistiche turbino questa sensazione, di calma   che presagisce il crescere della tempesta fino alla conclusione finale.

Cosmica, la scena dalla grande luna di sfondo, dal cerchio infuocato e sanguinoso del terreno, dove tutto si svolge presentato nella sua lucida dimostrativa essenzialità.  La scena e le immagini che vi saranno proiettate appartengono in pieno a quella volontà di teatro/cinema che già in molti spettacoli Luca De Fusco realizza ricavandone un linguaggio tutto suo. In questa gigantesca luna da Apocalisse emerge a tratti, con le sue invocazioni/maledizioni/preveggenze, Jokanaan, immagine dagherrotipica immensa, dietro le spalle dei suoi interlocutori, uninvenzione scenica a cui dà voce e corpo Giacinto Palmarini, presenza inquietante  che staccandosi da un’interpretazione realistica entra nello stile di una wildiana immagine ottocentesca.

La storia si sa. Se Wilde ne ha inventato il rapporto fra i personaggi, attribuendo a Salomè la richiesta della testa di Jokanaan,  a differenza di una tradizione che ne faceva di Erodiade la perfida suggeritrice, è stato rigoroso nell’attingere ai testi sacri, dal Vecchio Testamento ai Vangeli e nell’immettere, con accorta ironia tutta sua, da uomo di salotto di alto livello, riferimenti attinti dalla sua ampia cultura, dove  i rapporti incestuosi, consumati nella mente dei protagonisti più che nelle azioni, hanno il sapore della tragedia greca a cui si richiama la madre di Amleto e il re suo amante, una infantile Lady Macbeth ossessionata dal sangue, e forse anche, nella fanciullesca candida perversione di Salomè, l’Ofelia che non uccide ma si uccide per amore.

De Fusco ha sviluppato la sua idea di spettacolo partendo dal rispetto per il testo. Lo ha offerto senza timori di critiche alla sua sovrabbondanza descrittiva, senza tentare – come maldestramente molti registi– di alleggerire il divario fra la tragicità di certi momenti e la discorsività pettegola che pervade altre  scene: Wilde vi gioca consapevolmente, meravigliando lo spettatore con quelle sue inversioni di rotta che ne sono una qualità.

È così che Eros Pagni si getta con gusto nel suo Erode un po’ gay, un po’ dispotico e amorale, un po’ superstizioso, un po’ ansiosamente supplice, animando il personaggio di una vita curiosa e affascinante.

In tante interpretazioni realizzate nelle regie di De Fusco, Gaia Aprea dà vita a personaggi che si pongono  fuori dal mondo reale, anche quando si tratta di donne sofferenti o innamorate: la sua cifra è di attrice che si dona tutta quanta per garantire al pubblico la verità del testo. E già il trucco la rende ermafrodito canoviano dalla liscia testa luccicante. qui, come altre volte in Shakespeare e in Eschilo, nella sua Salomè trasforma le parole in sguardo e voce, tanto più intensa quanto più precisa nel rappresentare, oltre alla danza da manichino orientale, il desiderio capriccioso – la testa di Jokanaan – attraverso un sonnambulesco andare mentre all’infinito ripete la sua richiesta all’attonito Erode.

Più carnale fra i personaggi,  la Erodiade di Anita Bartolucci, che Wilde ha delineato a rappresentare la realtà concreta, dei sentimenti passionali, a cui l’attrice offre un’impetuosa forza nel porsi a scontro del rapporto fra Erode e sua figlia. La storia che si ipotizza attraverso i Vangeli di Marco e Matteo destina a lei la sanguinosa richiesta della testa di Jokanaan  suggerita a Salomé, ma qui a  interessare Wilde è il filo sottile di un amore-non-amore fra Erode e la figliastra; che poi, a sua volta, un rapporto di amore lo immagina per sé e quel delirante predicatore della nuova religione di salvezza, un amore che si nutre della sua morte. Ma  a sua volta, nella sorpresa finale creata da Luca De Fusco, di girardiana ispirazione, quello di Salomè è un amore-morte di sé, e la sua testa sostituisce quella del sacrificato profeta, fra le mani della stessa Salomè che bacerà le sue labbra, pura realizzazione del proprio narcisismo, non quelle di Jokanaan.

 

 

 

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