SANGUE SUL COLLO DEL GATTO


Blut am Hals der Katze
di Rainer W. Fassbinder
Accademia degli Artefatti
traduzione di Roberto Menin
regia di Fabrizio Arcuri

con Miriam Abutori, Michele Andrei, Matteo Angius, Emiliano Duncan Barbieri, Gabriele Benedetti, Fabrizio Croci, Pieraldo Girotto, Fiammetta Olivieri, Francesca Mazza, Sandra Soncini

video Lorenzo Letizia, disegno luci Diego Labonia, scene Andrea Simonetti,
photo Dido Fontana, sonorità Emiliano Duncan Barbieri
coproduzione con Residenz Theater München, collaborazione con Teatro di Roma

Fabrizio Arcuri deve aver frequentato il teatro tedesco. E introiettato il senso che a prima lettura di Fassibinder può essere incompreso, ad esclusivo vantaggio di una triste teoria di negatività. Forse vedendone i film emerge con più precisione quel senso del grottesco che ne dirige la volontà iconoclasta oltre-sessantotesca, nel senso di una consapevole volontà di distruzione, ma non lamentatoria o studentescamente retorica, bensì legata – lui che presentiva la morte – ad una volontà di vita se non altro di palcoscenico.

Poco attori italiani – e con merito in questa situazione – i componenti del gruppo che con adesione partecipe lavorano al complesso coacervo di situazioni esemplificative dello spettacolo. La rotante struttura casa-esterno con spazio strada davanti consente ai personaggi continue entrate ed uscite non solo di spazio ma di identità, poco curandosi, se non per elementi simbolici, del cambiamento di personaggio che tutti o quasi coinvolge dall’inizio alla fine. Le luci conturbanti tirano all’espressionismo; i costumi sono accenni di una stracciona recita di un gruppo alla deriva economica, le immagini così elaborate sugli attori contribuiscono alla cifra vincente della rappresentazione di una mondo in disfacimento morale. Si tratta di un universo esemplificato di esseri qualunque, in situazioni qualunque. Né eroi né assassini, né ricchi né famosi, né intellettuali né asceti, ma gente che si incontra nel suo vivere quotidiano: dialogano illudendosi di intrecciare rapporti, ma parlano soltanto a se stessi mettendosi sempre al centro di un proprio universo egoistico.

Il linguaggio è la cifra di non-comunicazione. Ed è al linguaggio che Fassbinder si appoggia per la sua dimostrazione-spettacolo. E’ l’aliena Phoebe Zeltgeist, venuta in navetta da un pianeta lontano, ad atterrare con il compito – si immagina – di capire quella lingua dei terrestri che ha appreso “tecnicamente”, ma che non ha significato intrinseco: lo apprenderà seguendo con attenzione le azioni e registrando i dialoghi, che poi, concluso il suo apprendistato, ripeterà via via suscitando la curiosità degli altri che la ascoltano. Ma quelle frasi che prima parevano abituali nella loro crudeltà, dette da lei assumono significati sinistri di una grandiosità apocalittica.

La malvagità “qualunque” del compagno che abbandona la moglie perché è incinta e lui non ne vuole sapere e la invita ad abortire; la sfrontatezza miserabile del “gigolo” abituato a farsi le donne anziane per trarne denaro – un Gabriele Benedetti di sicuro impatto grottesco ed autoironico, poi impegnato in molteplici altri ruoli -; lo squallore del macellaio avido di guadagni che si immiserisce nella richiesta di affetto facendosi cane imprigionato da catene sadomaso pur di suscitare un moto di sentimento, se non di amore, di comunicazione; l’omosessuale abituato a cercare compagnia nei cessi che si illude di poesia facendo dotte citazioni; la puttana picchiata perché porta al magnaccia una cifra insoddisfacente; la femminista illusa di creare una comunità di donne ma è anche una ladra; il poliziotto violento alla ricerca di amore… Ancora tante sono le situazioni in cui febbrilmente ci conduce Fassbinder evocando ad ogni momento la fine del percorso terreno, quella morte che tutti spaventa e che forse è il suo interiore richiamo, in quel suo mondo senza sbocchi ideali se non, accenno quasi inavvertibile e forse equivocabile, il richiamo che l’assassino della moglie strozzata in una lite qualsiasi si fa sfuggire _ “Padre nostro!” o qualcosa del genere. Il linguaggio passato inosservato nella sua crudezza abituale si fa allucinata e inquietante verità quando è l’aliena Phoebe a ripetere quelle frasi: guardata con curiosità per quel linguaggio che è stato il loro ed è passato inosservato, echeggia terribile all’ascolto per quelle vite aberranti. Lei morderà ognuno in un bacio vampiresco – forse ha appreso il bacio come l’unico rapporto dialogante, e sa – o non sa? – di provocare la morte, da aliena ma anche misteriosa giustiziera. Ritorneranno a vivere, come nelle commedie elisabettiane, tutti quanti allegramente, ma con un accenno, quanto mai ironico, di terrorizzante rinascita sputando bava e strabuzzando gli occhi fino a tirarsi ben dritti in scena per ricevere gli applausi, meritatissimi.

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