SCACCO PAZZO

di Vittorio Franceschi
con Nicola Pistoia, Paolo Triestino, Elisabetta De Vito
Scene di Matteo Soltanto
Costumi di Lucrezia Farinelli
Musiche di Germano Mazzocchetti
Luci di Luigi Ascione
Regia di Vittorio Franceschi
Roma, Sala Umberto, 12 maggio 2015

Maricla Boggio

“Scacco Pazzo” è un testo particolare, anomalo rispetto a quasi tutti i testi che, con loro originalità di temi e di linguaggi, si siano visti negli ultimi decenni. Deve essere considerato, con le debite proporzioni rispetto al genio di Pirandello dei “Sei personaggi”, qualcosa che ci va vicino. Ed è per questa ragione che personalmente io l’ho segnalato nella mia terna del testo italiano da premiare alle Maschere del Teatro. Novità? Ma se è stato scritto e rappresentato con la regia di Nanni Loy e perfino tradotto in film, regia di Alessandro Haber, parecchi anni fa!, dirà qualcuno. Non importa.

“Scacco Pazzo” rappresenta una realtà sociale e poetica strettamente intrecciate. I due fratelli superstiti di una strage da autostrada dove morì il loro padre e la fidanzata di quello rimasto danneggiato mentalmente al punto da regredire come un bambino di quattro cinque anni, vivono insieme da allora – la madre è morta pochi anni dopo la tragedia – in una simbiosi affettiva e dolorosa insieme, che esige continuamente la volontà di esistere inventandosi ciò che è necessario alla vita, la presenza degli affetti moltiplicati, nell’assenza dei protagonisti familiari defunti, dalla volontà di evocarli e i renderli vivi attraverso la propria dedizione.
Chi si accolla il peso di tale andamento è il fratello rimasto indenne che si fa madre, padre, fidanzata per l’altro che via via, con imperatività infantile da lui esige tali presenze. Ma anche lui, ridiventato bambino, rivela momenti di lucidità e coscienza del presente. Lo fa talvolta con triste consapevolezza, tal’altra con ironica forza impulsiva. Ed è un mondo, quello inventato da Franceschi, di allucinanti figure oniriche, dove la disperazione si intreccia alla gioia, al divertimento, alla connivenza, e poi di nuovo al gioco infantile, al realismo casalingo di un quotidiano riecheggiato quando c’era la mamma che rimproverava o blandiva, e il papà che portava la sua autorevolezza a riequilibrare le cose. Risuonano nelle invenzioni di Franceschi momenti che hanno il sapore di “Piccola città” e forse anche di “Spoon river”, e perfino del “Leonce und Lena” woyzeckiano: sentimenti struggenti, rimpianti, puro gioco infantile.
La situazione si complica quando subentra una quasi fidanzata del fratello sano. Dapprima stupita dei comportamenti dei due, poi incuriosita, impietosita, infine affascinata da quello che – infantilmente – ha conservato capacità di sentimenti, si getta a collaborare rimanendo in quella strana famiglia. Ne verrà scottata, perché il povero regredito nasconde tragicamente l’impulso del sesso rimastogli all’età adulta, e per poco non ne scaturirà una tragedia.
Ultimo colpo di scena, fra i due fratelli rimasti soli sarà un ribaltamento a determinare le azioni future. Il sano pretenderà che sia l’altro a travestirsi dalla sua fidanzata fuggita, e quello rimasto fanciullo volentieri si adeguerà al nuovo gioco.
Gli interpreti hanno fortemente voluto che Vittorio Franceschi allestisse questa nuova edizione, dopo l’autore l’aveva portata al debutto insieme ad Alessandro Haber e a Monica Scattini. Bravissimi tutti, in ruoli difficili da tenere in bilico fra invenzione e realtà: PaoloTriestino carica di ritmi insospettabili il suo bambinone rendendolo patetico, tenero e anche temibile; Nicola Pistoia reggendo con equilibrio il suo personaggio difficile nel mantenerlo credibile e nell”affidarlo alla fantasia; Elisabetta De Vito via via ampliando una iniziale durezza nel cedere alla tenerezza per poi ritrarsene in una inevitabile scottatura. Franceschi ha lavorato sul suo testo superando le difficoltà di una autorappresentazione e ci è riuscito alla grande.
Applausi irrefrenabili e anche commozione oltre che divertimento, il che succede di rado.

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