SCENE DA UN MATRIMONIO

ELISEO ridimensionata CON REGISTA IMG_8886 copia

di Ingmar Bergman

con

Julia Vysotskaya

Federico Vanni

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

luci Gigi Saccomanni

Video Mariano Soria

regia Andrei Konchalovsky

Produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale

Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Roma, Teatro Eliseo, 5 ottobre 2019

Maricla Boggio

L’idea di trasporre la storia degli originali Marianne  e Johan –  ora Milenka e Giovanni -, i  coniugi protagonisti di “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman nella Roma degli anni Sessanta, deve essere stata voluta dal regista Andrei Konchalovsky per distanziare dall’oggi una vicenda che l’autore svedese aveva scritto nel 1973, prima per una serie di sei puntate televisive – trecento minuti -, poi ristretta a una versione cinematografica di 167 minuti, troppi ancora per un’edizione teatrale, che si è ridotta allo spettacolo attuale a poco più di cento minuti.

Certo, la riduzione comporta l’eliminazione di quei tanti momenti delicati, sotterranei, allusivi e di difficile evidenza perché è necessario affrontare la storia nei suoi fatti più espliciti: il rischio è la semplificazione dei personaggi nei suoi sentimenti e nelle sue pulsioni. Ma Konchalovsky è riuscito a far vivere la sua coppia in quei tanti risvolti che ne danno l’impressione necessaria a mostrarne la complessità emotiva, sessuale e perfino sociale che ne fanno un esemplare fruibile al di là del suo “particulare”, in cui gli spettatori possono in qualche modo identificarsi, con le debite differenze, nei protagonisti.

La trasposizione anni Sessanta vuol forse sottolineare una ancor più marcata differenza di  comportamento da questo “ieri” trascorso di alcuni decenni a quello attuale, in cui tante riflessioni sul vissuto forse hanno caratteristiche più svelte e meno perbenistiche; soprattutto, poi, che la vicenda si svolga a Roma e non in Svezia, con l’ottica di un regista russo, mescola ancora di più le carte di questo lungo dialogo a due, che suscita una certa attrazione nel suo dispiegarsi attraverso una gamma ricchissima di intonazioni.  Vengono proiettati spezzoni di trasmissioni televisive di quegli anni, con tanto di cantanti e presentatori, ma a nostro parere questa sfilata non aggiunge niente al già ben costruito dialogo dei protagonisti, e dà un’impressione quasi funebre, una sorta di sfilata di fantasmi che indicano la vacuità del successo e della fama, ma non crediamo che questo interessi a Konchalovsky, che con sensibilità e perizia lavora sulle parole e sui sentimenti.

Dall’apparenza se non felice, tranquilla e appagata dei due, si passa, talvolta attraverso colpi di scena, talaltra con una gradualità che sottolinea il rovello esistenziale da cui sono posseduti i protagonisti, alla loro separazione, causa la passione di questo Giovanni per una studentessa, mentre Milenka si dispera fino all’idea del suicidio. Sono gli stessi protagonisti a comunicare, brechtianamente, al pubblico che cosa succede, quanto tempo è passato dalla scena precedente, in quale situazione ciascuno dei due si trova, scelta certo utile per rendere gli spettatori consapevoli del momento a cui è arrivata la storia, ma un po’ staccata dal resto della rappresentazione, che si tiene su toni di un naturalismo pieno, Julia Vysotskaya con una recitazione intensa e aderente al personaggio, che ha più fascino di quello che nell’idea di Bergman – proteso a una esemplificazione – poteva avere; Federico Vanni in una sorta di iperrealismo sciolto, da parere l’attore il personaggio, un interprete originale, che non conoscevamo.

È nell’ultima parte dello spettacolo che la vicenda precipita un po’ in fretta, necessità dei tempi: i due stanno per divorziare, ma non si decidono, lui ormai è stufo della studentessa lagnosa; c’è un tentativo di rapporto amoroso fra i due che declina subito dopo in un’isteria ancora più deleteria; infine li ritroviamo sposati ciascuno con un nuovo partner, ma aggrappati l’uno all’altro, in una notte rischiarata da una candela in una casa spoglia e chissà dove; situazione che si intuisce ripetuta ogni tanto come necessità insorgente di rapporto non tanto passionale quanto di autentico affetto e reciproco sostegno: una conclusione a sorpresa, teatralmente valida ma poco credibile, specie in un clima italiano –  forse in Svezia la cosa è sostenibile senza difficoltà – , dove finalmente i due ritrovano una serenità mai provata prima. Ma a funzionare, al di là del comportamento reale, è la metafora, la ricerca di un “non luogo” in cui ritrovare sé stessi. Una prova sviluppata con ardimento e pazienza, quella dei due attori, che gli spettatori hanno seguito apprezzandoli con un applauso caloroso, insieme al regista, rimasto ad assistere al suo spettacolo, con compiaciuta umiltà, di lato in prima fila.

 

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