SCINTILLE


 

con Laura Curino

testo e regia di Laura Sicignano

Teatro Cargo di Genova

Roma, Teatro Due,10 febbraio 2015

Maricla Boggio

 

A Ellis Island, l’isola davanti a New York, venivano sbarcati fino a qualche decennio fa coloro che arrivavano in America per trovare lavoro. Un lungo muretto di pietra scura si allunga nel giardino davanti alla costruzione che accoglieva gli emigranti; su questa lucida superficie sono scolpiti i nomi, fra questi di tanti italiani, che dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta hanno fatto questo viaggio. Forse, cercando fra quelle scritte, si trovano anche i nomi di Caterina Maltese e delle sue figlie, morte il 25 marzo 1911 nell’incendio divampato nella fabbrica in cui seicento operaie, ragazze e donne soprattutto italiane, lavoravano a cucire camicie.

 

Parte da questo episodio la scrittura drammaturgica di Laura Sicignano nella cui regia Laura Curino costruisce un personaggio a più voci, che si sviluppano dalla figura principale, di Caterina emigrata con marito e figli per migliorare la sua esistenza dalla miseria patita in un’Italia contadina alla mitica New York, illusa di trovarvi benessere e riconoscimento al proprio lavoro. In una moltiplicazione realizzata con l’uso sapiente della voce e dei gesti, la Curino dà vita a una sorta di epopea dell’emigrazione, arrivando per gradi al racconto di più alto valore tragico. I massacranti tempi di lavoro della fabbrica vengono visualizzati attraverso il ticchettìo frenetico della macchina da cucire e i risvolti nel privato della famiglia; il lavoro stressante ha però anche i lati della speranza in un futuro migliore, e nei brevi spazi di libertà prendono respiro i discorsi delle ragazze, la loro voglia di vivere e di inserirsi in quel mondo così diverso e attraente che appare al di là degli orari della fabbrica.

L’evocazione di Caterina-Curino, intensa e al tempo stesso come trasognata, assorta – direi -  e concentrata nella responsabilità di diescrivere il dramma, sembra non voler anticipare la conclusione; si dilunga nei particolari descrittivi dell’ambiente, spia gli sguardi anche inquietanti del boss di sorveglianza, attentatore dell’inegnuità delle ragazze più belle,  pare quasi voler rimandare il racconto carico di dolore che dovrà fare quando quella scintilla si sprigionerà dalla lampada a petrolio infranta, spargendo a terra il suo terribile liquido che subito propagherà le fiamme nel locale dove le ragazze stanno lavorando.

Con implacabile ritmo narrativo la Curino percorre i momenti della progressiva tragedia, dove a gruppi le ragazze tentano di salvarsi, scontrandosi nelle porte, serrate dall’esterno perchè nessuna potesse uscire prima del tempo, creando così un immane rogo. Episodi individuali si accumulano nei tentativi di sfuggire al fuoco, offrendo allo spettatore un ritorno ai tragici fatti delle Torri, così ampiamente documentati nel loro orrore da fotografie e filmati. Qui tutto è affidato alla parola e, come avviene in teatro, l’emozione è assai più sentita che nella documentazione giornalistica. Il complesso racconto si conclude con la ripresa del lavoro in fabbrica da parte di Caterina, unica a salvarsi in una sorta di vaneggiante smemoria: rimasta viva commenterà amaramente il risarcimento risibile ottenuto dai padroni scagionati e liberi per la morte delle figlie.

Ma da quelle scintille di vite sacrificate inizierà il riscatto per i diritti dei lavoratori e in particolare delle donne che avrà un seguito sempre più positivo nel corso degli anni. Ancora oggi, tuttavia, sia per la sicurezza sul lavoro, sia per il lavoro delle donne in particolare, il cammino da fare è ancora lungo e difficile. Laura Curino e la sua autrice vi hanno portato il loro contributo usando il linguaggio del teatro.

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