SEI PERSONAGGI IN CERCA DI AUTORE

LAVIa pirandello

di Luigi Pirandello

regia di Gabriele Lavia

protagonista Gabriele Lavia

con Lucia Lavia

Michele De Maria

e altri venti attori

costumi di Andrea Viotti

scene di Alessandro Camera

musiche di Giordano Corapi

Produzione Fondazione Teatro della Toscana

5 gennaio 2016, Teatro Eliseo, Roma

 

Maricla Boggio


lUn rombo di tuono dà il via alla rappresentazione che Gabriele Lavia ha realizzato dopo un intenso lavoro di approfondimento e di confronti sul testo. Un testo messo in scena centinaia di volte in ogni paese del mondo e soprattutto in Italia, anche in questi ultimi anni. Farne uno spettacolo costituisce una sorta di scommessa a proporlo a un pubblico che per la maggior parte lo conosce. Lavia lo ha fatto, offrendone una cifra che può dirsi nuova e come tale, già fin da questa premessa, apprezzabile.

C’è, prima di tutto, un’accurata attenzione alle didascalie e ad alcuni scritti che Pirandello ha via via elaborato nel corso degli anni, prima e dopo la rappresentazione iniziale, del 1921. Far ascoltare quelle attente indicazioni dell’autore, pronunciate con voce intensa e sommessa dallo stesso Lavia, portano lo spettatore alla cifra originale di una rappresentazione in bilico fra il personaggio creato.

E’ questa poi la tesi che si sviluppa nell’arco delle più di due ore in continuo e acceso dibattito fra i sei personaggi e la compagnia che, per autoironia dello stesso autore, sta provando “Il giuoco delle parti” di Pirandello. A sostenere l’irrefrenabile necessità di viversi in scena a dispetto di una vita effimera quale quella dell’essere umano è, in rappresentanza degli altri personaggi, il Padre, che li capeggia e li manovra con la forza persuasiva che adopera poi con il suo contraltare, il Capocomico, sperimentato realizzatore di spettacoli dove l’ovvietà tiene il posto di quella vita di eterna bellezza di cui è invece portatore il Padre, e con lui la sua piccola famiglia di sofferenti, a narrare le loro sciagure tuttavia umane seppure eternamente e immutabilmente fissate nel già vissuto. E nella gamma sfumata della sofferenza, palesata con parole e gesti concitati primeggia la disperata Figliastra di Lucia Lavia, che il suo risentimento, il suo schifo, la sua ansia di espiare e di vendicarsi dimostra con violenta capacità espressiva, fino alla Madre chiusa nel suo dolore appena espresso in brevi parole e gemiti, al Figlio che si mostra come una geniale connotazione di rifiuto ad esistere – come Orazio Costa, autore di una epocale edizione del testo, ebbe a rilevare -, a completarsi nella muta presenza vittimale della Bambina e del Giovinetto, con un’apparizione che si inserisce nel gusto dell’epoca per gli spiriti, di Madama Pace evocata per pura forza di pensiero dagli accorati Personaggi.

Spira nella rappresentazione voluta da Lavia un gusto rétro sottolineato nei costumi – assai belli, di Andrea Viotti – tutti sfumati in un perlaceo setoso che induce a sentirli come fantasmi di un cinema muto -, con l’aggiunta di frequenti richiami ad una musica anch’essa da film strappalacrime, che stacca l’ovvietà mondano-novellistica del vero dalla sofferenza nitida e scura, stagliata nel nero funereo dei Sei, appena illuminato dal biancore della vestina della Bambina e dalla schiena nuda della vittima sacrificale Figliastra.

Ma se il tema filosofico del vivere e dell’essere vissuti, del vivere e dell’essere fissati nella indelebile esistenza della creazione artistica sono sviluppati con classe, è poi il gioco scenico a tingere ogni riflessione di godibile spettacolarità, nei ritmi, nelle allusioni, nelle ripetizioni volutamente insistite di momenti a cui il pubblico è chiamato a partecipare, come il tormentone del suggeritore rompiscatole che Lavia-Padre propone più volte di “eliminare” come perturbatore di quella verità che in scena dovrebbe svilupparsi senza bisogno di stampelle alla memoria. Ed ecco che allora si insinua con divertimento anche una lezione di teatro, un raccomandazione perfino minacciosa a chi affronta il mestiere dell’attore senza la necessaria serietà e preparazione. Lavia interpreta questo Padre edipico con più rabbia che dolore, con più volontà dimostrativa che umanità consapevole della sua fragilità; ne trae una dimostrazione esistenziale, a cui richiama a comando la Figliastra, la Madre e tutto il resto del suo gruppo. Mentre a tenergli testa con accorto senso del teatro, pioniere pronto a coinvolgersi nella novità spettacolare è il Capocomico, un Michele De Maria scatenato nel suo dittatoriale “direttore”, nevrotico e irascibile quanto disponibile ad una rappresentazione ad effetto.

Penso che questa prova di Gabriele sia forse la sua più riuscita nel corso dei tanti decenni che ormai lavora in teatro. Tenacemente portando in scena opere complesse e cariche di personaggi in un’epoca in cui le scarse risorse economiche e le mode di spettacoli in cui il testo è meno ancora di un pretesto, Lavia mantiene alto il valore artistico e culturale del teatro. Buon proseguimento, Gabriele, e buona fortuna.

 

 

 

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