SHAKESPEARE IN LOVE (WITH MARLOWE)

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di Vittorio Cielo

con Ennio e Jesus Emiliano Coltorti

regia Ennio Coltorti

costumi di Rita Forzano

Teatro Stanze Segrete

Roma, 13 dicembre 2015

Maricla Boggio

In coppia e all’apparenza quasi coetanei, com’erano nell’epoca elisabettiana i due protagonista, Ennio e Jesus Emiliano Coltorti si calano con  gusto istrionico in Marlowe e in Shakespeare che in tutta naturalezza, attraverso la magia illusionistica del teatro, tornano a noi dialogando come certo in vita non avevano potuto fare, ma che in questo mondo superuranio che ci permette la scena si fa possibile materia di confronto, di svelamento di amori e di spionaggi, di temi drammaturgici e di rivalità che cavallerescamente si permettono con qualche accenno di reciproco omaggio.

Addirittura parrebbe che sia Shakespeare ad inchinarsi al rivale, che gli fornisce personali elementi di pratica teatrale, in un’inconsapevole intuizione della sua vita breve, nella quale deve tutto dare di sé ai posteri ed anche agli avversari. E Jesus Emiliano si impersona che febbrile entusiasmo nel suo William acerbo e curioso.

Vestiti con abiti in stile dell’epoca, con quel tanto di rivisitazione che li rende simbolici di una certa luttuosità rievocativa – Rita Forzano è sempre inventrice di temperie – , i due duellanti si fronteggiano in un dialogante corpo a corpo che Vittorio Cielo, attingendo e rielaborando con libertà letteraria, foggia con alterne vittorie dell’uno o dell’altro attraverso allusioni, esplicite denunce, lusinghe e complimenti.

A lampi, nei discorsi di cui gli spettatori sono quasi perfino partecipi in quel pressocché toccarsi fisico che il teatro ha fra le sue caratteristiche di boudoir psicanalitico, appaiono personaggi del vissuto e della scrittura dell’uno e dell’altro, la Dama Bruna per Shakespeare, il Tamerlano, il Faust per Marlowe, in un suggestivo detto/non detto che induce a rafforzare la curiosità di chi assiste e vorrebbe saperne di più; ma i due tirano via senza badare ai poveri spettatori di oggi, anzi, complicano la situazione inserendo nel contesto dello spettacolo la Regina Elisabetta, quella vergine dai tanti amanti, amata, temuta e attentata da falsi adoratori. Anche Shakespeare vi incappa, con quella rappresentazione del “Riccardo II”, re processato, deposto e infine giustiziato, che lo porta a rischiare nell’ira della sovrana ipotizzando un qualche riferimento a lei e ai tradimenti subìti. Ma Elisabetta è regina, donna quindi e non re: facilmente quindi scantona dal pericolo assolvendo l’amato drammaturgo: e questa Elisabetta è ancora Ennio Coltorti, in una veloce trasformazione a vista, con quel tanto di Genet che porta il brivido del trucco e delle cadenze femminili, duplice interprete sapiente e malizioso.  Altri ancora i temi che Cielo immette con alternanza nella sua composizione, dalla chiusura dei teatri ai consigli per la scrittura che sempre Marlowe impartisce al coetaneo destinato a restare assai più anni di lui sulla scena, mentre la sua vita errabonda e litigiosa lo confinata a quei nemmeno trent’anni conclusi in una bettola a causa di un conto contestato.

Divertimento e meditazione drammaturgica ed esistenziale, gioco di interpretazioni nella estrema semplicità dei mezzi espressivi – per Coltorti, come per Peter Brook, ogni invenzione è possibile se si evita il realismo degli oggetti – , lo spettacolo affascina gli spettatori che hanno alla fine il privilegio di poter applaudire e dialogare con i due scatenati interpreti ancora in abiti elisabettiani.

 

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