SI NOTA ALL’IMBRUNIRE

61° Festival di Spoleto,<br />
( FOTO GRATUITE )

(solitudine da paese spopolato)

testo e regia di Lucia Calamaro

scene Roberto Crea

costumi Ornella e Maria Campanale

luci Umile Vainieri

con Riccardo  Goretti, Roberto Nobile,

Alice Redini, Maria Laura Rondanini

produzione Cardellini srl

in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria

in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival-

Napoli teatro Festival Italia

Roma, Teatro Argentina, 14 maggio 2019

Maricla Boggio

Una spinta di tipo sociale, nella constatazione di quante persone in questi ultimi decenni vanno conducendo un’esistenza isolata, senza più volontà di partecipare ad alcuna attività, ha indotto Lucia Calamaro, non nuova a prestare attenzione a una società in crisi come l’attuale, a incentrare questo nuovo testo, da lei stessa diretto, in un personaggio, facendolo punto focale di un’indagine che da sociale si fa drammaturgica. In questo personaggio si immedesima, con piena partecipazione, Silvio Orlando.

Padre di due figlie e di un figlio, e fratello di un vivace coetaneo, questo protagonista – Silvio, il cui nome coincide con quello dell’attore, così come quelli degli altri personaggi, a sottolineare la partecipazione che l’interprete offre al documento – conduce un’esistenza isolata, da tre anni avendo scelto di vivere in una sua casa situata in un villaggio di appena una quindicina di abitanti.

Questo Silvio monologa di sé e della sua solitudine popolata di piccole manie dapprima fra sé e sé, poi rivolto al pubblico, rendendolo partecipe della sua situazione. E veniamo a sapere che è prossimo il suo compleanno, e che il giorno dopo saranno dieci anni dalla morte della moglie, adorata e rimpianta, di cui vorrebbe celebrare l’anniversario della scomparsa, ricordandola con l’apporto della famiglia. Motivo per cui l’isolato si aspetta l’arrivo dei figli e del cognato, che subito, evocati, appaiono in scena, dove la molteplicità degli spazi viene esaltata dall’uso di elementi semitrasparenti e mobili –  idea scenografica di Roberto Crea – volti ad assecondare una situazione in bilico fra la realtà e l’immaginazione, come si capirà alla fine.

È quindi, da parte del padre, un concitato reclamare il caffè, la mela sbucciata , il biscotto integrale, in un caldo clima familiare. L’atmosfera si anima di azioni incrociate. Maria Laura – l’attrice Rondanini,  calata nella sua ossessività dell’ordine in una spenta volontà di esistere – è  la figlia dottoressa, maniacalmente precisa ; Alice – la Redini ben in parte nel suo evanescente sognare il successo letterario  - sfodera le sue poesie nascondendone la provenienza, prontamente scoperta dal padre – “Caproni?”, “Sandro Penna?” –, mentre vagheggiala voglia di esistere, di contare. E altrettanto, più sfigata volontà dimostra Riccardo – l’attore Riccardo Goretti, immedesimato nel ruolo -, il figlio nullafacente, attento però al padre di cui avverte la crescente tendenza patologica per la solitudine, mentre Roberto il cognato – l’attore Roberto Nobile che sfodera una vitalità dirompente, da ragazzo – induce Silvio a insofferenza mista ad ammirazione.

I quattro circondano il protagonista con manifestazione affettive e sovrapposte attenzioni, ma in realtà sotto quel disarticolato agitarsi non si crea un rapporto reale con Silvio. Tanto che dopo una squallida festa di compleanno – lui stesso proibisce il coro degli auguri e si rintana in solitudine a riaccendere e a spegnere l’unica candelina – si addormenterà su di una sdraio, forse sognando un’esistenza diversa.

I quattro lo risvegliano,  attivi e solleciti lo aiutano a mettersi la cravatta per la cerimonia del decennale  al cimitero. Ma al momento di andare, c’è soltanto un mazzo di fiori abbandonato su di un tavolo.  Non c’è più nessuno perché non c’è mai stato nessuno, tutto si è svolto nell’immaginazione desolata di Silvio.

E allora davanti a una tomba, che non vediamo ma che corrisponde alla platea del teatro, dove forse l’autrice vede altrettanti defunti che attendono di essere celebrati,  Silvio farà un omaggio alla moglie amata e rimpianta, una poesia in cui due paia di scarpe – da uomo e da donna – si incontrano casualmente, si toccano e cominciano a dialogare.

Forse i personaggi parlano troppo a lungo, ripetono più volte gli stessi concetti, e più che suggerire stati d’animo li “dichiarano”. Mentre il passaggio da una realtà di presenze intorno a Silvio, a un universo immaginato da lui e mai presente in scena, è un po’ voluto, senza veramente arrivare a rappresentarlo. Tuttavia testo e regia hanno pregi di tematiche e caratteri, sfiorano una situazione davvero problematica nella società attuale, e Lucia Calamaro avuto toni di delicatezza che vanno dal suscitare commozione a una comicità lieve e a tratti inaspettata,  riuscendo a rappresentarla senza noiose denunce, con i mezzi del teatro.

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