SOPHIE DEL CABARET DADA

COPERTINA CRITICA IMG_1534 copia

scritto e diretto da Enrico Bernard

con

Virginia Barrett

e

Giusy Pischedda

 

la voce narrante è di Enrico Bernard

scena e costumi di Sofia Verna

videoproiezioni di Denis Philipp Roth

produzione Naschira

Roma, Teatro Tordinona, 16 novembre 2017

Maricla Boggio

Lo spazio nero su cui appaiono i coloratissimi manifesti Dada e si affollano i costumi e i mille oggetti fantasiosamente inutili e suscitatori di  immagini e suggestioni pare davvero quel Cabaret Voltaire che cento anni fa costituì a Zurigo il luogo della creatività anarchica e sfrenata del movimento Dada.

Merito di Enrico Bernard, scrittore e regista appassionato di rivisitazioni finalizzate a scoprire, di movimenti e azioni teatrali lontani nel tempo, possibilità ancora inesplorate di indagarvi e goderne una rinnovata vitalità.

Qui la creazione di Bernard si appunta su di un personaggio trascurato dai capi del movimento, eppure importante quanto loro, e a più di uno legata non solo per la creatività immessa nel movimento, ma per rapporti esistenziali.

Sophie Taeuber-Arp fu compagna di Hans Arp, ma di lei – a quanto ci racconta Bernard in un suo compulsivo rapp che ben si addice alla vitalità impetuosa e assillante dei Dada – era anche innamorato Tristan Tzara, senza esserne ricambiato, anzi ricevendo divertiti sberleffi:

Tristan è un ragazzo semplice che parla

però una lingua difficile, è una farfalla

che passa da un fiore all’altro del campo

prima di trovare nel genio il suo lampo.

Vederlo intubato nel Dada-costume

quando pronuncia come un automa

idee che volano come fossero piume

di suoni d’un incomprensibile idioma

mi fa ridere non perché il suo acume

non sia frutto d’una mente mai doma

ma perché penso che tutto il tritume

del passato sia di già entrato in coma

e il presente accenda un nuovo lume.

Tutto il lungo poema ideato da Bernard racconta la nascita del movimento, i suoi spettacoli chiassosi, a cui Lenin, allora a Zurigo come il gruppo dei Dada, dapprima infastidito poi allegramente se ne faceva coinvolgere, ipotesi non documentata ma possibile in quello spazio di libertà che la Svizzera offriva a futuri agitatori di vere rivoluzioni e a presenti agitatori di idee libertarie, insieme al geniale Eistein non ancora arrivato alla sua sconvolgente scoperta.

Era Sophie ad occuparsi anche dei lati concreti di cui aveva bisogno il movimento per manifestarsi. Erano i costumi, le scene, gli oggetti che trovavano in lei la realizzazione concreta, visiva che arrivava agli spettatori. Ed è un bell’omaggio da parte di Bernard di mostrare quanto sia stata importante questa donna, il cui impegno anche manuale ha fatto crescere sul piano espressivo i Dada.

Momento folle di ricerca di libertà, quasi presagendo l’abisso della prima guerra mondiale imminente, gli artisti aprirono le porte, senza rendersene conto, a quanto sarebbe stato in seguito innovativo nell’arte, partendo dal futurismo per continuare nel teatro dell’assurdo, fino alla sconsiderata leggerezza di Andy Warhol, il cui ritratto di Lenin campeggia qui in scena, ad anticipare i tempi e a riunire un passato stimolatore di successivi sviluppi, fino al nostro oggi. Un oggi a rischio di piattezze strumentali, dove sarebbero gradite anche antiche ideologie piuttosto che il nulla ben confezionato.

Con allegra adesione e capacità inventiva, come davvero fosse rinato il Cabaret Voltaire, Virginia Barrett fa sua Sophie Taueber, e la fa rivivere in scena con affascinante, sorridente disinvoltura, coadiuvata da Giusy Pischedda, a cui va il compito di diventare il manichino di volta in volta personaggio Dada, che con trucchi e abiti multicolori, cappucci e movenze da pupo meccanico impone alla scena una sorta di onirico gioco di versi e di suoni.

Da non trascurare i momenti filmici, che con la nostalgica bellezza del bianco e nero richiamano gestualità magiche di splendide creature, mentre il suono di un pianoforte echeggia da un passato che ritorna, guidato dalla vigile presenza di Enrico Bernard al comando.

 

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