THANKS FOR VASELINA

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di Gabriele Di Luca
con Gabriele Di Luca Massimiliano Setti Beatrice Schiros
Ciro Masella Francesca Turrini
regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
musiche originali Massimiliano Setti
luci Diego Sacchi
costumi e scene Nicole Marsano e Giovanna Ferrara
Roma, Piccolo Eliseo, 27 aprile 2016

Maricla Boggio

Non avevo ancora visto “Carrozzeria Orfeo” in questo “Thanks for vaselina”, già rappresentato in precedenza in altri teatri.
E’ stata una sorpresa trovarvi un tipo di teatro insolito, dove la critica alla società attuale non si dispiega in una serie di denunce minacciose di tono politico, ma si rappresenta attraverso una serie di situazioni grottesche che colpiscono lo spettatore assai più che un discorso diretto.
E’ prima di tutto la scelta dei caratteri dei personaggi a indicare la strada, che si articola attraverso le diverse situazioni umane rappresentate da ciascuno, intrecciandosi in una sorta di “pastiche”, di atroce mostra delle condizioni in cui la nostra società si muove, illudendosi attraverso ipocrisie di vario genere di agire per il meglio.
Ecco allora Fil e Charlie, due giovani trentenni che nel segreto di un appartamento coltivano marijuana: vogliono esportarla, grezza e raffinata, in Messico per risarcire i contadini a cui l’America ha distrutto le coltivazioni per il trionfo della legalità.
Assestato il primo colpo al piano soccorrevole dei popoli ricchi e democratici, si passa ad un’altra situazione critica molto diffusa: Lucia, madre di Fil, dedita dal gioco e appena uscita da una clinica per disintossicarsi e sempre alla ricerca di denaro per tornare a giocare, vive con i due collaborando al loro “lavoro”. Altro personaggio esemplare, Wanda, una ragazza obesa che si presenta minacciosa per poi rivelarsi mite e fragile nella sua totale disistima di sé e pronta ad accettare di farsi portatrice della droga in Messico attraverso l’uso del suo stesso corpo, in cui i tre “inseriscono” decine di ovuli di droga.
Completa l’esposizione dei rappresentanti del disagio attuale la riapparizione, dopo quindici anni di assenza, del padre di Fil e marito di Lucia, diventato Annalisa in quanto transgender, e vivente in una comunità messicana dedita all’auto-aiuto in nome di un Gesù Cristo apparso loro in quelle zone dove cresce il peyote. Il transgender parrebbe l’unico personaggio, sia pure così trasformato, ad essere portatore di valori solidaristici, ma in realtà il tipo è venuto a reclamare la proprietà dell’appartamento in cui il gruppo vive, e liti e recriminazioni si intrecciano a speranze di rinnovata unione maritale e paterna, subito cancellate dalla scoperta della più realistica finalità.
La parola qui viene usata come mezzo scatenante di violenza, ribaltandola cioè nel suo esatto contrario di chiarificatrice del dialogo: diventata una sorta di arma per colpire, la parola cancella il suo significato primario e si fa suono negativo, insulto e arma di attacco.
Il diapason di questo uso della parola si ha alla fine: Fil, esasperato dalla totalità degli eventi negativi che si sono succeduti a raffica, compreso il tradimento di Charlie, l’amico del cuore, che messa incinta Wanda se la svigna partendo di nascosto, prima accoglie in casa la ragazza con il futuro bambino, e poi sfoga il suo risentimento contro la società tutta, soprattutto contro quanti appaiono benefattori e portatori di aiuto ai più bisognosi, in un monologo dirompente, urlato e portato a una sorta di collera lucida, questa sì echeggiante il Cristo fustigatore dei mercanti nel tempio. Con il piglio del soldato vendicatore di un film di marines, quando imbraccia il fucile e spara tutt’intorno all’impazzata – ve lo ricordate “Batang” di tanti secoli fa? – Fil imbraccia invece – idealmente per fortuna – il suo membro proteso a spruzzare una bella pisciata su tutti quelli che nominerà. Il linguaggio è volutamente e atrocemente sferzante, intriso di una implacabile volontà punitrice. Non manca tuttavia un ulteriore colpo di coda, ché sarebbe stato troppo ottimistico prevedere una liberazione possibile, almeno attraverso il sollievo di uno sfogo: l’ultima battuta di Fil, dopo un attimo di sapiente silenzio, è che forse – cito a braccio – “quel giorno in cui avviene questo sfogo, il vento tirerà contro chi lo ha pronunciato, e quella gran pisciata se la prenderà lui”.
Nonostante l’apparente spontaneità dell’andamento, lo spettacolo è calibrato nella scrittura e nella regia. E di notevole capacità tutti gli attori, a cominciare da Gabriele Di Luca, il Fil irruente e determinato, che ha però conservato, nel segreto della sua coscienza, una scintilla di reale umanità, e che ha anche inventato questo mostruoso spaccato esistenziale; Massimiliano Setti, che condivide anche la regia, è un Charlie buonista che si rivela poi peggio degli altri; Beatrice Schiros offre della madre una rappresentazione iperrealistica di donna provata dalle vicende della vita e ancora disponibile ad aiutare, ma anche a tradire, davvero brava nella sua ambiguità; non si fa problemi Francesca Turrini ad apparire più cicciona di quello che è, impegnandosi in una sorta di autoconfessione a tratti perfino veristica; completa la compagnia Ciro Masella che si esibisce nel trans irretito da un gruppo di sudamericani che con uguale entusiasmo esaltano Cristo e il peyote, e aggiunge alla pièce una nota di inquietudine, nell’alternanza fra interesse e compassione. Sarà difficile che il gruppo produca in seguito qualcosa di altrettanto interessante e forte. Staremo a vedere.

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