THE DEEP BLUE SEA

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di Terence Rattigan

traduzione di Giuseppe Cesaro e Luca Zingaretti

con Luisa Ranieri, Aelssia Giuliani, Flavio Furno,

Maddalena Amorini, Aldo Ottobrino, Luciano Scarpa,

Giovanni Anzaldo, Giovanni Serratore

scene Carmelo Giammello

costumi Chiara Ferrantini

luci Piero Sperduti

musiche Manù Bandettini

regia Luca Zingaretti

Zocotoco produzioni, Teatro di Roma, Teatro della Toscana

Teatro Argentina, Roma, 20 novembre 2018

Maricla Boggio

Con perfetta capacità di sintesi, nella complessa scansione di una drammaturgia del privato, Terence Rattigan, indiscussa autorità del teatro inglese del Novecento, viene oggi riproposto da Luca Zingaretti, in veste di regista, che ha scelto, fra i testi del famoso baronetto, “The deep blue sea”. E bene ha fatto a non tradurre in italiano questo “profondo mare blu”, perché avrebbe portare a un equivoco del tema che riguarda l’intera pièce. Questo mare, profondo e blu come blu è l’oscurità, la profondità marina,  la notte senza luna, appartiene all’interiorità umana nel suo difficile se non impossibile tentativo di esprimersi uscendo da quella incomunicabilità del dolore che è dell’anima, del mistero del proprio essere alla ricerca di un dialogo con l’altro, specie quando si è avuta l’illusione di aver trovato l’”altro” a cui darsi interamente. Ed è una classe agiata, ancora protagonista della vita degli anni cinquanta, in un’Inghilterra che conta, ad esserne protagonista. Zingaretti si è proposto di mantenere questo clima, e lo ha fatto con attenta adesione al testo.

Il dramma si svolge nel corso di una giornata, ma ha radici profonde e antiche. Tutto ruota intorno alla figura di Hester, che Luisa Ranieri impersona con slanci di incisiva espressività alternati a momenti di razionale riflessione. Trovata in stato di coma al mattino dalla donna di casa, semi-avvelenata da una fuga di gas – si scoprirà da lei voluta – e dall’aver ingerito qualche aspirina, verrà presto riportata in vita con l’aiuto di vicini curiosi quanto disponibili e il concorso di un medico radiato dall’albo che abita al piano di sopra,: tentativo di uccidersi più che reale volontà – allora era punito dal tribunale attentare alla propria vita, con scandalo conseguente, si saprà che il motivo ne è stato il mancato festeggiamento del suo compleanno da parte di Freddie, l’amante con cui vive in una ormai stanca relazione dove le differenze sociali e ladiversa valutazione dei sentimenti emergono evidenti.  Ma certo non è una mancata festa di compleanno a motivare un gesto drammatico, le radici sono profonde e nascono altrove.

Hester vive con un giovane amante che praticamente non c’è mai, agli sgoccioli di un rapporto tenuto su dal sesso, mentre il facoltoso marito, il giudice William Collyer – Luciano Scarpa con toni e modi autorevoli – da tempo accantonato, accorre, avvertito dai vicini, e si offre di riprendere l’incauta consorte.

È qui che il dramma, pur ben architettato da Rattigan, rivela una strutturale debolezza, non certo nell’agilità acrobatica dei dialoghi, nelle sorprese a tutto ritmo che tengono in tensione lo spettatore – l’arrivo di Freddie – interpretato di Giovanni Anzaldo con foga pittoresca -, l’amante capriccioso e fannullone, che niente sa dell’accaduto e sproloquia di sue prodezze sportive davanti alla catatonica Hester è un capolavoro -, ma per una appena relativa accettabilità di questo rapporto granitico da parte di Hester, nonostante la constatazione del nulla che ormai c’è fra lei e Freddie, e le possibilità che lei avrebbe di mutar vita, tornare con il facoltoso e autorevole marito, intraprendere la strada dell’arte – dipingeva, da ragazza, con vero istinto, adesso lo fa con tecnica sapiente quanto insulsa – .

Non si deve – e non si può, per onestà – scavare sotto le motivazioni che hanno indotto uno scrittore a scrivere qualcosa e come. Forse però la sensibilità personale di Rattigan ha molto a che fare con questo amore così ostinato e basato sulla pura sensualità, che appartiene più a un mondo, all’epoca della scrittura del testo, definito diverso e soggetto a maggiori tormenti che quello etero.

Altro colpo geniale, ma un po’ voluto e esibito da un momento all’altro, avviene quando Hester ha ormai deciso di suicidarsi davvero, poiché Freddie ha stabilito di partire alla volta di un paese lontano, per fare – chissà come, ormai fuori gioco per l’alcool -, il collaudatore di aeroplani.

La donna farebbe qualunque cosa pur di riavere, almeno per una notte! – quel prodigio di Freddie, e lo supplica al telefono, e piange e si dispera. Ecco allora la decisione, il suicido questa volta ben programmato, con tanto di chiusura delle fessure dell’aria con asciugamani e vetri ben serrati, perché il gas che farà uscire dal contatore sortisca i suoi effetti. Ricompare il medico radiato – un emblematico personaggio a cui dà forza Aldo Ottobrino -, che l’ha salvata la prima volta. Adesso le griderà in faccia tutta la sua capacità di riuscire a convincerla inducendola a constatare la bellezza dell’universo e la sua possibilità di vivere recuperando la propria dignità.  Davanti a una Hester convinta e silenziosa entra – altro colpo di scena – Freddie, con l’aria pentita e amorosa; tenta di abbracciarla, di farsi perdonare, è evidente che il lavoro di collaudatore era una balla, ma Hester non pare essersene accorta, però si è accorta della inconsistenza del suo amore per quell’essere ipocrita e indegno, e trova la forza di rimanere impassibile di fronte alle sue moine, cancellando in lei l’attrazione per quel sesso che le aveva impedito una vera capacità di amare.

Zingaretti ha ambientato l’azione in uno spazio funzionale per quelle tante azioni che i personaggi vi svolgono nel corso della giornata. Luogo, tempo e azione richiamano una certa rigorosità greca, così come l’amore che incentra la vicenda, con tanto di gelosie, suicidi e agnizioni di sentimenti.  Una certa freddezza nelle interpretazioni deriva – crediamo – da un linguaggio corretto ma piegato per necessità a un italiano altoborghese, incapace di morbidezze.

Gli attori hanno svolto assai bene i loro compiti, destreggiandosi in pensieri spesso penalizzati dall’epoca e dal linguaggio. Chi crea soprassalti nel corso dello svolgimento sono  Freddie Giovanni Anzaldo -  e Miller, il dottore Aldo Ottobrino -  e prima del riacquisito equilibrio, lo sfogo disperato di Hester, una Luisa Ranieri altera e aristocratica.

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