THE DUBLINERS

DUBLINERS INIZIOIMG_2041 RIDOTTA

part one The dead part two Ivy Day

di James Joyce

uno spettacolo diretto da Giancarlo Sepe

Compagnia del teatro La Comunità

e Compagnia Orsini

musiche di Davide Mastrogiovanni

Costumi e scene Carlo de Marino

Luci Guido Pizzuti

con

Giulia Adami, Manuel D’Amario, Luca Damiani

Loris De Luna, Giorgia Filani, Pietro Pace

Federica Stefanelli, Guido Targetti, Adele Tirante

e la partecipazione di Pino Tufillaro

Roma, Teatro La Comunità, 3 marzo 2016

 

Maricla Boggio

Più che una rappresentazione tratta dalle 15 novelle che Joyce scrisse nel 1914 sotto il titolo di “Dubliners” – Gente di Dublino – che raccoglieva vicende i cui protagonisti erano personaggi di quella città che gli apparteneva per costumi, tradizioni e visuale della vita, il lavoro che Giancarlo Sepe ha fatto partendo da tale ispirazione ha una sua originalità che ne ha fatto una traccia su cui sviluppare uno spettacolo di grande potenza evocativa. Su quelle vicende che mostrano personaggi ripiegati su se stessi oppure in preda ad euforia, in un ambito di tragica mancanza di possibilità a vivere un’esistenza degna di essere vissuta, Sepe fa emergere un popolo nei suoi disperati tentativi di emergere da un’esistenza umiliata, ristretta a perbenismi soffocanti o dilatata in forme di esasperata licenziosità.

All’inizio troviamo questi esseri distesi intorno a un immenso tavolo cimiteriale, ricoperto di fiori di plastica, morti in un inquieto aldilà che poi si anima ossessivamente – una sorta di Spoon river  implacata – ; poi via via essi ripercorrono momenti della loro esistenza, ma tutto avviene in una sorta di convulsa volontà di sentirsi vivere, collettivamente, con pochi momenti singoli, che si fanno largo dentro la comunità che risucchia ogni individuo. Gli attori seguono con estremo rigore il disegno del regista-autore che li porta da una vicenda all’altra mutandoli via via secondo i suggerimenti narrativi, che privilegiano due delle novelle, ma in realtà tutte le risucchiano in un fiume di azioni e di evocazioni che sfumano nel sogno, nell’esasperazione, nella deformazione di un doloroso vissuto.

Tutto quanto lo spettacolo è parlato in inglese, e certo molto sfugge alla comprensione, ma Sepe è piuttosto autore di atmosfere, e quindi i gesti, gli atteggiamenti, i suoni offrono allo spettatore materia di emozioni, in una dimensione di singolare capacità espressiva, dove gli attori paiono guidati da una sorta di demone che li spinge scena dopo scena  a questo vivere post mortem.

C’è poi una presenza che si stacca dal gruppo compatto degli interpreti, ed è Pino Tufillaro in elegante marsina con fascia azzurra a tracolla, una sorta di beffardo despota inglese di raffinata violenza a cui va il compito di indicare ciò che avviene restandone estraneo. E davvero Tufillaro ne crea una maschera affascinante, di nascosta malvagità. Tranne quando la turba inferocita imbraccia contro di lui un fucile, da lui poi ripreso abilmente mentre intorno gigantografie di ufficiali inglesi paiono irridere allo stato di sudditanza e  alla povertà degli irlandesi. E c’è una bella scena in cui vengono portati sacchi di patate a rotolare per la fame del gruppo sull’immenso tavolo, ma fra quelle patate arrivano pietre, un’ulteriore irrisione quel popolo oppresso.

Lo spettacolo è quanto mai sollecitante e nuovo, nelle corde di Sepe quanto mai, e adatto a girare fuori Italia. Io lo vedrei benissimo a Londra. Cosa che gli auguriamo, date le scarse possibilità di avere qui un vero successo.

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