TI REGALO LA MIA MORTE, VERONICA

monica piseddu ph brunella giolivotraduzione e adattamento di

Federico Bellini e Antonio Latella

tratto dal film Veronika Voss

di Rainer Werner Fassbinder

regia di Antinio Latella

scene Giuseppe Stellato

costumi Graziella Pepe

musiche Franco Visioli

luci Simone De Angelis

con

Monika Piseddu Annibale Pavone Valentina Acca

Estelle Franco Caterina Carpio Nicole Kerhberger

Fabio Pasquini Maurizio Rippa

Massimo Arbarello Sebastiano Di Bella Fabio Bellitti

Roma, Teatro Argentina, 2 febbraio 2016

Maricla Boggio

Una complessa rivisitazione del mondo artistico ed esistenziale di Rainer Werner Fassbinder anima lo spettacolo firmato nell’elaborazione drammaturgica e nella regia di Antonio Latella, già in passato, con “Lacrime amare di Petra von Kant”, impegnato ad addentrarsi nell’universo fassbinderiano.

Qui il regista parte dalla sceneggiatura “Die Sehnsucht der Veronica Voss” di Peter Märthesheimer e Pea Fröhlich, da una bozza di Fassbinder, per tracciare un suo percorso in cui protagonista di momenti onirici e di ritorni realistici è la stessa Veronica Voss, circondata e posseduta dalle sue paure, dal suo delirio dovuto alle difficoltà esistenziali – è attrice al declino, recitare è la sua stessa vita – e alla dipendenza dalla morfina, con cui concluderà la sua sofferta esistenza.

Ne deriva allora tutta una presenza mostruosa a suscitare ricordi e rivisitazioni. Sono scimmie – ma “avere la scimmia sulla spalla” non è una definizione che riguarda la dipendenza dalla droga? – : le scimmie si rivelano poi come i personaggi che Veronika incontra nel suo delirio, e sono a loro volta personaggi di film fassbinderiani, protagoniste femminili di quelle tante condizioni che il regista prematuramente scomparso ha  evocato nei suoi film, e che qui tutte si affollano nell’obnubilare Veronika, dove la punta emergente è la ricerca del protagonismo agognato per il film, ma anche quel vaso che si è rotto in mille pezzi e che è la sua stessa personalità scissa e frantumata: vaso che invano va ricercato e ricomprato ma che non si riesce a trovare.

Tutto questo emerge in sprazzi e frammenti nello spettacolo, che appartiene a un universo assai personale di Latella, mentre a chi vi assiste manca spesso la chiave di interpretazione da porsi in sintonia con ciò che sta accadendo in scena, con il risultato di non essere coinvolto nel tracciato che si sta svolgendo.

Prevale nel contesto interpretativo, per una gamma di tonalità e sentimenti espressi nel corso delle scene fino a ritrovarne un coerente e drammaticamente sentito sviluppo, nonostante il complicato susseguirsi degli eventi e delle interpretazioni-intromissioni – come la storia del personaggio dell’ebreo, con tanto di deportazione e numero inciso nel braccio,  o certi atteggiamenti delle donne che circondano-proteggono-sbeffeggiano Veronika -, il personaggio di questa “lei” che, liberandosi dallo stereotipo della diva, si confessa nella sua disperazione esistenziale: fin dall’apertura del sipario – davanti a una fila di sedie da vecchia sala cinematografica, con per sfondo forse una pelliccia o una distesa di erba secca -, quando grida la sua paura, senza intonazioni teatrali, ma come vera condizione umana di fronte all’insorgere degli eventi, fino alla scena che potrebbe essere un bel finale, quando, di nuovo sola dopo la fuga del Coro delle scimmie ormai mutate in antagonisti o protettrici, l’attrice racconta della sua solitudine e della sua disperazione, che soltanto la dose di eroina riesce a placare per un breve momento. E’ qui allora che Monica Piseddu, con verità nella voce trattenuta e   nella calma narrazione di una fine ormai preannunciata, racconta la sua morte.

Latella ha voluto teatralizzare ancora il suo spettacolo. E vi aggiunge un finale del tutto differente, per stile e interpretazione. Intorno a un fioritissimo ciliegio, molto “Giardino dei ciliegi” cechoviano, si radunano tutti i personaggi precedenti, questa volta vestiti appunto come personaggi cechoviani – o fanciulle in fiore alla “Via col vento”? – fino ad accogliere con festose ovazioni l’arrivo di Veronika, anche lei mutata in graziosa damina.

E’ un paradiso del nulla che accoglie le sofferte esistenze dei personaggi visti poco prima a combattere per la loro sopravvivenza: qui finalmente hanno raggiunto una pace che ricorda “Huis clos” di Sartre, e che non lascia affatto nascere una speranza di reale beatitudine ultraterrena. Ma il teatro è teatro, e così finisce, con molta amarezza nonostante il sorriso. lo spettacolo.

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