TRE DONNE D’AMORE E DI LOTTA

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Penelope, Gudrun Esslin, Una vittima del G8

di Enrico Bernard

regia e interpretazione Melania Fiore

Teatro Stanze Segrete

Roma, 4 marzo 2016

Maricla Boggio

Determinato nel suo discorso di giustizia, che più volte ha sviluppato in testi teatrali e in saggi nel corso degli anni, con occhio attento ai grandi temi della nostra società a partire dall’antico fino ai giorni nostri, Enrico Bernard affronta in “Tre donne d’amore e di lotta”  – protagonista e regista Melania Fiore – la capacità delle donne di opporsi ai condizionamenti di stampo maschile in cui risultano coinvolte malgrado questo diverso sentire. Ed è allora, in uno sviluppo in forma lirica di ampio respiro, la storia di tre rappresentanti femminili in altrettante ribellioni al determinismo dei comportamenti su cui da sempre si pone il mondo.

Il discorso si propone allora partendo dal mito, dove la guerra che ne è componente essenziale viene snaturata dalla sua necessità attraverso il complesso monologare di Penelope nel momento in cui Ulisse ritorna alla sua terra e al suo letto dopo la lunga assenza a cui la guerra l’ha portato e a cui ha fatto seguito il suo inesausto viaggiare.

L’impresa mitica animata dalla evocazione della presenza dei marinai e dalle tentazioni delle sirene – qui alternative di piacere rispetto alla rigorosa moralità di Penelope – si affloscia attraverso le parole di una pur innamorata moglie di Ulisse, che smaschera l’eroicità della guerra come inutile massacro e conclude la sua critica reclamando l’amore come bene di più alto valore.

Dal mito, attraverso un lungo salto epocale, si giunge alla nostra epoca, attraverso l’evocazione della vicenda di Gudrun Esslin, la terrorista delle Baader Meinhoff spasmodicamente in ascolto dalla sua cella a quella dell’amato Andreas, in un disperato rapporto d’amore che supera il giudizio politico su questi personaggi salvandoli sul piano del sentimento personale.

Terzo personaggio, una ragazza che dilata la dimensione di una singola donna a rappresentante e accusatrice delle violenze perpetrate dai poliziotti nel tragico episodio del pestaggio e delle violenze del G8 di Genova. Qui il dialogo ha come interlocutore muto il poliziotto che perpetrò ogni sorta di umiliazioni e crudeltà sulla giovane assetata di giustizia insieme ai suoi compagni di lotta. E’ lei a parlare per tutti, trasferendo poi la sua accusa al giudice, elemento simbolico atto a ristabilire un ordine davvero morale.

Dal mito al terrorismo alla dimensione sociale e politica lo spettacolo si addentra con sempre maggior incidenza nel nostro oggi, in quanto quello “ieri” del G8 si ripete ancora e ancora in forme diversificate sempre atrocemente colpevoli nei confronti delle donne, ma anche verso quanti, al di là di ogni connotazione di sesso, sono “assetati di giustizia”.

La scelta del verso libero e di un essenziale utilizzo di mezzi scenografici – al centro della scena un corroso legno dalla forma emblematica, ora  totemico, ora da utensile bellico, ora da grottesco simulacro umano – e luci essenziali a illuminare lo spazio circolare, contribuiscono a dare risalto alla presenza di Melania Fiore, protagonista e anche regista, che con pochi cambiamenti di costume, gesti adeguati e movimenti  di danza anima in modo suggestivo le varie azioni dei tre personaggi, inserendovi anche un canto evocatore di tragiche atmosfere di morte.

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